Arriva
nei cinema, preceduto dalle polemiche che lo hanno accompagnato
ancora prima delle riprese, “La Prima Linea” di
Renato De Maria, dotato regista per il cinema e la televisione,
che ha voluto raccontare la storia di una delle cellule più
feroci dopo le Brigate Rosse. Atteso al varco dall’opinione
pubblica e giornalistica sia a causa delle opposizioni dei
parenti delle vittime sia per le critiche per il finanziamento
dello Stato di un milione e mezzo di euro come pellicola di
interesse culturale, il film racconta la storia di Sergio
Segio: uno dei fondatori di Prima Linea, la più vasta
organizzazione clandestina di lotta armata dopo le BR che,
in sette anni di attività (1976-1983), compì
23 omicidi.
La pellicola, tratta dal libro “Miccia Corta”
dello stesso Segio, ricostruisce il suo assalto al carcere
di Rovigo nel 1982 per liberare la compagna Susanna Ronconi
e altre tre detenute.
Regista
di film imperfetti (“Paz”), ma anche di una delle
migliori fiction poliziesche realizzate in Italia (“Distretto
di Polizia”), Renato De Maria dirige un film asciutto
e lucido, dalla messa in scena scarna ed essenziale che dribbla
un’elementare spettacolarizzazione della lotta armata
a favore di una ricostruzione in chiave intimista di fatti
e persone. Nonostante però le buone intenzioni ed un
ottimo uso della tecnica dei flashback in narrazione, il risultato
finale è freddo, asettico, volenteroso ma insufficiente
nel descrivere il terrorismo come fenomeno sociale e storico.
Forse a causa dell’attenzione ostile dei mass media
e degli attacchi al film durante la sua gestazione, gli autori
non hanno lavorato con la tranquillità necessaria,
accompagnati sicuramente dal timore che l’opera potesse
essere scambiata per idealizzazione o giustificazione al terrorismo;
di conseguenza, ci si è attenuto ai fatti senza osare
e senza rischiare troppo: “La Prima Linea” è
un film non romanzato, ma anche svuotato di emozioni ed eccessivamente
affidato ai dialoghi tra Sergio e Susanna ed alla voce narrante
fuoricampo di Sergio per esporre la crisi, gli ideali e le
ragioni di una generazione di giovani passata dal dialogo
alla lotta armata.
Troppo poco per fare un’opera davvero compiuta sugli
anni di piombo, con due interpreti bravi ma ingombranti come
Giovanna Mezzogiorno e Riccardo Scamarcio che, nonostante
il loro impegno, risultano troppo belli per i propri ruoli,
rischiando di essere celebrativi di una storia d’amore
e di evasione narrata con maggiore evidenza su delitti e vittime.
Al
di là dei suoi difetti, riconducibili soprattutto all’impostazione
della sceneggiatura, “La Prima Linea” non è
un’opera compiaciuta né dà giudizi etici;
nonostante sia una ricostruzione estremamente cauta dei fatti,
si dimostra comunque sobria e non agiografica. La regia di
De Maria è tecnicamente molto valida, con inquadrature
ruvide e non patinate, accompagnate da un ottimo montaggio,
un ritmo serrato ed una fotografia livida che restituisce
quel clima grigio e di violenza urbana degli anni di piombo.
Marco
Valerio