Graeme
Willy (Simon Pegg) e Clive Gollings (Nick Frost) sono due
nerd inglesi, amici di infanzia. Appassionati di fantascienza,
fumetti ed Ufo, partono per il viaggio della loro vita: una
convention di comics americani a San Diego, prima tappa di
un pellegrinaggio nel cuore dell'America degli UFO, che li
porterà sulle tracce delle leggendarie zone calde dell'attività
extraterrestre, come l’Area 51. Attraversando il deserto
del New Mexico s'imbattono però in Paul, un alieno
che per 60 anni è stato tenuto prigioniero di una base
militare top secret dalla quale è appena evaso. Inseguiti
dagli agenti federali e dal padre integralista di Ruth Buggs
(Kristen Wiig), una giovane donna che hanno accidentalmente
rapito, Graeme e Clive tratteggiano un improbabile piano per
riportare Paul illeso alla sua navicella.
Dopo
aver preso in giro gli Zombie-Movies e gli action americani
con le sardoniche commedie “Shaun of Dead” (conosciuto
da noi come “L’Alba dei Morti dementi”)
ed “Hot Fuzz”, i due attori inglesi Simon Pegg
e Nick Frost tornano di nuovo insieme in un film comico dalle
ottime potenzialità, anche se non completamente espresse.
La responsabilità è da imputarsi al regista
Greg Mottola, autore di commedie adolescenziali (“Superbad”
o “Adventurland”) che, nonostante uno stile agile
ed asciutto, non riesce a dare totale profondità agli
elementi satirici della sceneggiatura firmata dagli stessi
Frost e Pegg, rischiando di virare nel trash demenziale. Per
fortuna, la classe dei due attori-sceneggiatori riesce a dare
al film una ben precisa connotazione comica: quella di parodia
elegante e leggera di più generi cinematografici, non
lesinando stoccate allo star system Hollywoodiano come, ad
esempio, proporre un alieno dall’aspetto iconografico
che è al tempo stesso il più politicamente scorretto
mai apparso al cinema: fuma, dice parolacce, beve birra, emette
peti, si denuda e mangia uccelli vivi. Basta solo questo per
far capire che “Paul” non è proprio un
film per bambini.
Seguendo
le linee guida del cinema di Kevin Smith (“Clerks”,
“Dogma”), ovvero scardinare con ironia dissacratoria
certi cliché e luoghi comuni, “Paul” prende
di mira i cosiddetti “pop-corn movies”, con frecciatine
al cinema di fantascienza, a Steven Spielberg ed a film come
“E.T.”, “Incontri ravvicinati del terzo
Tipo” e “Men in Black”. Inoltre, prende
a sberleffi non solo quel tipo di cinema autoriale “On
the Road” (da “Fandango” a “Thelma
& Louise”, citando i “Blues Brothers”),
ma ironizza anche su tutti gli stereotipi – più
o meno veri e di matrice USA - che circondano determinati
campi di appassionati: dalla fantascienza al fumetto, dagli
avvistamenti degli Ufo alle teorie religiose anti-evoluzionistiche,
da Star Trek al bullismo tipicamente americano. Nonostante
qualche sbandamento, “Paul” è una commedia
sopra la media, con il pregio di mixare insieme più
generi cinematografici in maniera impeccabile, con dialoghi
brillanti, situazioni paradossali e diverse gags esilaranti.
Peccato che il doppiaggio italiano si riveli quanto mai pessimo,
appiattendo la carica comica del film con la discutibile decisione
di affidare la voce di Paul a un doppiatore non professionista
(il cantante Elio delle Storie Tese), con un risultato complessivo
abbastanza fastidioso che si aggiunge ad una lunga lista di
casi analoghi.
Marco
Valerio