Alex
è un adolescente che frequenta il Paranoid Park, un
sottoponte per appassionati di skateboard. Una sera causa
involontariamente la morte di una guardia di sicurezza e da
quel momento in poi il suo conflitto interiore non lo lascerà
più.
Alex è solo il più recente tra i cherubini di
Van Sant; biondo, efebico e con un eterno broncio, attraversa
su uno skateboard l’intera storia senza mai guardarsi
indietro. Le sue tracce sono quelle delle ruote e, disgraziatamente,
una sera anche del corpo di una guardia di sicurezza, lasciato
a morire su un binario a monito perenne della sua vigliaccheria.
Le persone che lo circondano sono tutte più o meno
come lui, poco interessate al mondo e troppo chiuse nelle
loro cose, motivo per cui diventa praticamente impossibile
per Alex stabilire un contatto con qualcuno, fosse anche solo
per scaricarsi la coscienza. Jennifer, la sua ragazza, non
riesce neanche a capire che c’è qualcosa che
non va, o meglio lo capisce e fraintende, come è buona
norma a quell’età. Jared e gli altri suoi amici
per quanto presenti e, in senso fisico persino vicini, non
vengono resi partecipi neanche un attimo dei suoi sentimenti.
Il diario è l’unica sua voce, e finirà
inascoltata, come tutti i segnali che egli lancia debolmente
qua e là.
Van
Sant gioca molto con le immagini regalandoci alcune poetiche
inquadrature di volteggi e sgranate immagini in Super8, per
evocare sentimenti che nel film vengono solo sfiorati. L’estetica
personalissima del regista è la prima protagonista
della storia, soltanto dopo vengono i contenuti, volutamente
confusi ed offerti in sequenze non lineari, ma talmente belle
da indurre nello spettatore il desiderio di vedere, prima
ancora di capire quello che accade. L’universo estetico
di Van Sant è un altro luogo, regno incontrastato del
silenzio o al massimo di musiche famose ed evocative; ed è
un tale incredibile posto da rendere possibile una cosa altrove
neanche immaginabile, il trapelare del disagio interiore attraverso
la pacatezza delle espressioni di superficie. Alex è
un ragazzino che potrebbe tranquillamente essere un angelo
e Van Sant si prende il gusto di mostrarcelo nella sua caduta;
dal momento che di angeli si tratta, il posto dove vivono
appare uno strano tipo di paradiso e quelli che lo frequentano
pur essendo eterei commettono sciocchezze. Portland diviene
così un posto altro in cui le storie si mostrano prima
ancora di compiersi e le persone che le vivono tentano di
sfuggire alle conseguenze dei loro impulsi.
L’anarchia
stilistica regna sovrana e il senso del tutto è rimandato
ad una dimensione in cui le persone che hanno un problema
non lo seppelliscono, ma semmai tentano una soluzione, mentre
qui il tempo è dilatato, la gente è eterea e
i problemi possono non soltanto essere seppelliti, ma anche
resi inoffensivi dalla pratica molto adolescenziale di tentare
di ignorarli.
La fotografia di Christopher Doyle, già ammirata da
tutti nel bellissimo “In the Mood for Love”, rende
senza nessuno sforzo poetica una città, persino le
sue zone peggiori, mentre il calo progressivo di colore accentua
la sensazione di irrealtà che deve corrispondere in
primo luogo all’esperienza di Alex e poi a quella dello
spettatore.
L’esperienza dello spettatore diviene qui una sensazione
visiva, prima ancora che mentale; solo dopo l’accettazione
dei canoni stilistici del regista, dove tutto quello che viene
mostrato non può che essere bello ed artisticamente
combinato, soltanto allora, sarà possibile fruire dell’opera
nella sua totalità, ma non aspettatevi un film: il
tutto è comunque prima di ogni cosa un’opera
d’arte.
Anna
Maria Pelella