Dopo
molti anni di lavoro e diverse pellicole alle spalle, il regista
e sceneggiatore Satoshi Kon è diventato uno dei massimi
talenti dell’animazione nipponica, uscito alla ribalta
mondiale già da qualche anno ed autore di riferimento
di film originali come “Tokio Godfathers”, “Perfect
Blue”, “Millennium Actress”, il segmento
“Magnetic Rose” nel film corale “Memories”
o la miniserie “Paranoid Agent”. Curando sia la
sceneggiatura che la regia dei suoi film, Satoshi Kon ha il
controllo totale sulle sue opere, caratterizzate da un’alta
visionarietà delle immagini e pervase tutte da una
particolare atmosfera onirico-grottesca nonché da una
profonda introspezione psicologica dei personaggi che non
sono mai frutto di stereotipi.
L’interesse di Satoshi Kon è quello di indagare
soprattutto sulla psiche umana e sul rapporto tra realtà
materiale ed onirica, in storie spesso dai contenuti sociologici
forti e destabilizzanti (vedi appunto “Perfect Blue”),
ma anche inerenti delicati temi esistenziali (la favola natalizia
“Tokio Godfathers”) che l’autore è
sempre riuscito ad esporre in un personalissimo immaginario
narrativo obliquo, ricco di intuizioni, contaminazioni (spesso
inusuali per un cartoon) e molteplici riferimenti cinematografici.
PAPRIKA
è l’ultima fatica di questo autore ed è
un film ambizioso e sofisticato, tanto dal punto di vista
narrativo che da quello tecnico dell’animazione, proponendo
una storia sospesa tra realtà ed illusione; la protagonista,
Paprika, è una frizzante detective/avventuriera specializzata
nei sogni ed alter ego onirico-digitale dell’algida
dottoressa Atsuko Chib, una psicoterapeuta che aiuta i propri
pazienti interagendo con loro nei sogni. Questo grazie alla
tecnologia del DC-Mini, ovvero un apparecchio rivoluzionario
che permette di sincronizzare il proprio subconscio con i
sogni in maniera da essere perfettamente coscienti all’interno
di realtà oniriche altrui.
In
seguito al misterioso furto del prototipo, Atsuko/Paprika
insieme al collega Tokita ed al poliziotto Konakawa (che odia
il cinema, ma sogna sempre in maniera “cinematografica”)
indaga per recuperare il prototipo perché, se usato
male o per scopi illeciti, è in grado di provocare
allucinazioni e sogni ad occhi aperti con l’annullamento
della percezione umana della realtà e danni cerebrali
irreparabili: obiettivo perseguito dal ladro dell’apparecchio,
il quale è intenzionato a stravolgere la realtà
controllando le menti delle persone proprio attraverso i sogni.
Il film ha una storia con uno sviluppo narrativo che propone
un progressivo mescolarsi tra realtà e sogno le quali
si confondono ed annullano a vicenda, rivelando le ossessioni
ed i problemi dei protagonisti che spesso non affrontano nella
vita di tutti i giorni.
Intensa ed originale la dualità della protagonista:
tanto Atsuko è grigia e dimessa nel mondo reale quanto
il suo alter ego Paprika è solare e brillante in quello
onirico, ribaltando e portando alla luce l’estrosità
che la donna soffoca dietro una patina di algida (quanto sofferta)
professionalità. Il suo alter ego rivela anche l’introversa
passione per il cinema di Atsuko, visto che Paprika è
un’esperta cinefila che usa vari ricordi cinematografici
per muoversi meglio all’interno dei sogni altrui, sfoggiando
capacità come catapultarsi dentro un televisore o fuggire
su una liana come Tarzan o librarsi in volo su una nuvola
come la favola dello Scimmiotto di Pietra portata sul piccolo
schermo dal vecchio cartone animato “Monkey”.
Il
film, per idee concettuali e semplici omaggi, si arricchisce
quindi di tante citazioni cinematografiche che spaziano dai
cartoon Disneyani “Peter Pan” e “La Sirenetta”
a film d’avventura come “Tarzan” e “007-La
Spia che mi Amava” fino ai fantascientifici “Strange
Days”, “Matrix”, “Ghostbusters”
ed i dimenticati “Videodrome” e “Dreamescape”.
PAPRIKA ha forse l’unica pecca di infarcire di troppi
elementi e riflessioni psicologiche una storia già
abbastanza complessa per contenuti ed immagini la quale potrebbe
risultare quindi difficile da seguire fino alla fine, ma che
risulta comunque frutto di un’operazione intelligente
ed in parte originale che fa un uso adulto e ricercato del
mezzo e delle potenzialità della moderna animazione.
Bellissima infine la colonna sonora di Susumu Hirasawa, iperbolica
e dalle sonorità ricche e lievemente orientali che
fanno da contrappunto in maniera efficace alle immagini, fin
dalla bellissima ed originale sequenza dei titoli iniziali.
Paolo
Pugliese