New
York 1988. Bobby Green (Joaquin Phoenix) è un giovane
di successo. Gestisce una discoteca alla moda, conduce una
vita agiata a base di soldi, amici, divertimento ed ha una
bellissima fidanzata portoricana, Amanda (Eva Mendes). Bobby
però, senza averne pienamente coscienza, cammina sul
filo del rasoio: il mercato della droga è in forte
crescita e nel suo locale si aggirano traffici e gangster
russi, cosa che lo mette in contrasto con il resto della sua
famiglia: il padre, Burt Grusinsky (Robert Duvall), è
infatti un leggendario poliziotto di New York ed il fratello
maggiore Joseph (Mark Wahlberg) ne ha seguito le orme, indagando
insieme sul narcotraffico russo; Bobby, invece, ha adottato
il cognome della defunta madre e tiene nascosto a tutti le
sue origini ed i suoi legami familiari. Ma quando la sua famiglia
sarà minacciata direttamente dalla mafia dell’Est,
dovrà scegliere da che parte schierarsi definitivamente.
“I
Padroni della Notte”, nonostante stia passando abbastanza
inosservato nelle nostre sale, è un film gradevole
che riserva non poche sorprese al pubblico; a causa di una
sceneggiatura non perfetta, con alcuni buchi narrativi, la
pellicola non risulta completamente riuscita, ma per tre quarti
della sua durata fila via liscia come l’olio, avvincendo
lo spettatore con una storia di crimine, legami familiari,
responsabilità e narcotraffico.
Lo sceneggiatore e regista James Gray firma un noir/drammatico/poliziesco/familiare
abbastanza solido che ha tra i suoi pregi una narrazione “classica”,
di quelle intense e ruvide che rimanda con credibilità
ai polizieschi degli anni ’70, anche per atmosfere.
Nel corso del film c’è molta attenzione per i
particolari, alcuni dei quali molto “vintage”,
non altrettanto però per quanto riguarda i vari personaggi:
le loro caratterizzazioni sono abbastanza convenzionali, mentre
i rapporti che intercorrono tra loro vengono rappresentati
per lo più in maniera piatta, con alcuni sviluppi narrativi
che appaiono qua e là fumosi e pretestuosi. La pecca
maggiore della sceneggiatura consiste nel buttarsi eccessivamente
sul melodramma familiare infarcito di moralismo (ma, grazie
a Dio, non retorico) e di gloria finale per il ravvedimento
e la conversione di un personaggio apatico come quello di
Bobby, il quale alla fine fa la cosa giusta nonostante l’alto
prezzo da pagare.
Nonostante
le varie lacune, il film riesce comunque ad essere coinvolgente
grazie al lavoro inappuntabile di Gray come regista, il quale
crea un impianto narrativo schematico e lineare, con un certo
equilibrio tra dialoghi ed azione che danno spessore a storia
e personaggi. Inoltre, fa un ottimo uso di luce ed ombre,
realizzando anche un paio di sequenze da manuale del cinema:
l’inseguimento in auto sotto la pioggia, per esempio,
è davvero pregevole da un punto di vista tecnico per
il suo impatto spettacolare e al tempo stesso realistico,
per non parlare del duello finale tra l’erba alta, un
piccolo gioiello di tensione.
Il cast è ben assortito, ma non perfetto, con due attori
avari di espressività come Joaquin Phoenix e Mark Wahlberg
che, comunque, vengono ben diretti da Gray e fanno una buona
performance: Phoenix risulta abbastanza impostato, ma qua
e là regala piccoli esempi di sensibilità interpretativa,
mentre Wahlberg è molto più rigido, anche se
recita su livelli leggermente più alti rispetto ai
suoi canoni abituali. Su di loro svetta il carisma interpretativo
del grande Robert Duvall, che con pochi elementi ci regala
un grande personaggio, ma la sorpresa più grande viene
da Eva Mendes: una “bellona” apparsa in film di
cassetta come “Ghost Rider” e “Fratelli
per la Pelle”, che qui si rivela anche una buona attrice,
interpretando con intensità e misura il ruolo della
fidanzata del protagonista, risultando alla fine piuttosto
credibile: per un attrice considerata fino ad ora solo un
bell’ornamento per un film, dimostrare di sapere anche
recitare è davvero tanto...
Paolo
Pugliese