Laura torna molti anni dopo
nell’antico orfanotrofio dove era cresciuta, con il
progetto di ristrutturarlo e trasformarlo in un luogo di rifugio
per bambini disabili. Durante i lavori, suo figlio adottivo
Simon comincia a rapportarsi con un compagno di giochi immaginario
con cui passa il tempo tra le mura della dimora. Preoccupandosi
per il comportamento del figlio, Laura comprenderà
a poco a poco che l’invisibile amichetto di Simon non
è immaginario e che la casa nasconde molti misteri...
Misteri che la donna dovrà risolvere quando Simon scomparirà
senza lasciar traccia.
“The Orphanage”
più che un horror paranormale si rivela da subito un’asciutta
favola nera: una sorta di ghost story ispirata a Peter Pan
ed intrecciata a storie di vita vissuta, sogni e propensioni
dei protagonisti, in una dimensione narrativa che percorre
le atmosfere sulfuree di altri film come “The Others”,
“Il Sesto Senso”, oppure gli europei “Fragile”
e “La Spina del Diavolo”.
Il film è diretto con rigore ed eleganza da un promettente
Juan Antonio Bayona (“Lo echamos a suertes”, “El
Hombre Esponja”), pupillo del talentuoso e visionario
Guillermo Del Toro (“Il Labirinto del fauno” ed
i due “Hellboy”) ed interpretato da una bravissima
quanto sconosciuta Belén Rueda.
La mano di Del Toro, produttore del film, c’è
e si sente ispirando un’impeccabile confezione visiva
da parte di Bayona, il quale recepisce la lezione del maestro
nel sopraccitato “La Spina del Diavolo” e costruisce
in maniera pulita un film giocato soprattutto sulle atmosfere
e sul mistero di ciò che si nasconde o viene percepito
senza rivelarsi (o essere rivelato) fino alla fine. Il regista
non ricorre mai a trucchi o scorciatoie come lo splatter o
facili colpi di scena, preferendo un progressivo clima di
paura impostato dall’elemento soprannaturale che si
insinua nella realtà quotidiana e scandito da un lento
ma efficace ritmo narrativo che rende dunque più realistica
ed inquietante la vicenda.
Al di là dell’affascinante
e cupo tema della coesistenza nello stesso spazio tra vivi
e morti, il film utilizza una storia di fantasmi come incipit
per raccontare molto altro sotto traccia, come l’infelicità,
la paura, la miseria e gli abusi che contraddistinguono da
sempre le azioni degli esseri umani.
Notevole, infine, l’apporto degli scenografi e dei tecnici
della fotografia che contribuiscono ad arricchire l’estetica
del film rendendolo più accattivante e distinguibile
dalle tante opere di genere.