THE ORPHANAGE

Titolo Originale: El Orphanato
Genere: Horror
Regia: Juan Antonio Bayona
Sceneggiatura: Sergio G. Sánchez
Cast: Belén Rueda, Fernando Cayo, Geraldine Chaplin, Montserrat Carulla, Mabel Rivera, Andrés Gertrúdix, Roger Príncep, Edgar Vivar, Alejandro Campos, Oscar Guillermo Garretón
Colonna Sonora: Fernando Velázquez
Produzione: Grupo Rodar, Telecinco Cinema, Warner Bros. Pictures de España, Wild Bunch
Paese d’origine: Messico/Spagna - 2008
Durata: 100 minuti
Data di uscita: 14 Novembre 2008

 

Laura torna molti anni dopo nell’antico orfanotrofio dove era cresciuta, con il progetto di ristrutturarlo e trasformarlo in un luogo di rifugio per bambini disabili. Durante i lavori, suo figlio adottivo Simon comincia a rapportarsi con un compagno di giochi immaginario con cui passa il tempo tra le mura della dimora. Preoccupandosi per il comportamento del figlio, Laura comprenderà a poco a poco che l’invisibile amichetto di Simon non è immaginario e che la casa nasconde molti misteri...
Misteri che la donna dovrà risolvere quando Simon scomparirà senza lasciar traccia.

“The Orphanage” più che un horror paranormale si rivela da subito un’asciutta favola nera: una sorta di ghost story ispirata a Peter Pan ed intrecciata a storie di vita vissuta, sogni e propensioni dei protagonisti, in una dimensione narrativa che percorre le atmosfere sulfuree di altri film come “The Others”, “Il Sesto Senso”, oppure gli europei “Fragile” e “La Spina del Diavolo”.
Il film è diretto con rigore ed eleganza da un promettente Juan Antonio Bayona (“Lo echamos a suertes”, “El Hombre Esponja”), pupillo del talentuoso e visionario Guillermo Del Toro (“Il Labirinto del fauno” ed i due “Hellboy”) ed interpretato da una bravissima quanto sconosciuta Belén Rueda.
La mano di Del Toro, produttore del film, c’è e si sente ispirando un’impeccabile confezione visiva da parte di Bayona, il quale recepisce la lezione del maestro nel sopraccitato “La Spina del Diavolo” e costruisce in maniera pulita un film giocato soprattutto sulle atmosfere e sul mistero di ciò che si nasconde o viene percepito senza rivelarsi (o essere rivelato) fino alla fine. Il regista non ricorre mai a trucchi o scorciatoie come lo splatter o facili colpi di scena, preferendo un progressivo clima di paura impostato dall’elemento soprannaturale che si insinua nella realtà quotidiana e scandito da un lento ma efficace ritmo narrativo che rende dunque più realistica ed inquietante la vicenda.

Al di là dell’affascinante e cupo tema della coesistenza nello stesso spazio tra vivi e morti, il film utilizza una storia di fantasmi come incipit per raccontare molto altro sotto traccia, come l’infelicità, la paura, la miseria e gli abusi che contraddistinguono da sempre le azioni degli esseri umani.
Notevole, infine, l’apporto degli scenografi e dei tecnici della fotografia che contribuiscono ad arricchire l’estetica del film rendendolo più accattivante e distinguibile dalle tante opere di genere.

Marco Valerio