OMEN: IL PRESAGIO

Titolo Originale: The Omen
Genere: Drammatico/Horror
Regia: John Moore
Sceneggiatura:
David Seltzer
Cast:
Liev Schreiber, Julia Stiles, Mia Farrow, Semus Davey-Fitzpatrick
Colonna Sonora: Marco Feltrami e Jerry Goldsmith
Produzione: John Moore, Glenn Williamson e Twentieth Century Fox
Paese d’origine: USA - 2006
Durata: 110 minuti

 

Mentre in Vaticano il Papa assiste a quelli che potrebbero essere i segnali di un imminente apocalisse, Kathryn Thorne (Julia Stiles), moglie del diplomatico Robert Thorne (Liev Schreiber), perde il figlio durante il parto. Grazie all’intervento di un prete, tale Padre Spiletto, che gli mostra un altro neonato il quale ha perso la madre al momento della nascita, Robert decide di riconoscere il bambino come proprio figlio nascondendo però la verità alla moglie. Cinque anni più tardi il diplomatico, la moglie e il piccolo Damien (Semus Davey-Fitzpatrick) sembrano condurre una vita apparentemente tranquilla, ma ben presto l'uomo viene a contatto con una serie di eventi che testimoniano la pericolosità di damien, fino ad arrivare a scoprire che il bimbo è nientemeno che il figlio del diavolo, l'anticristo...

30 anni dopo l'originale diretto da Richard Donner e interpretato da Gregory Peck, arriva sugli schermi "Omen-Il Presagio Infernale", sequel che la Fox ha promosso con una strategia pubblicitaria che ha fatto perno sulla data di uscita (6 Giugno 2006, ovvero 6-6-6, il segno del diavolo) e sui presunti incidenti che avrebbero, secondo la major, funestato il set durante la lavorazione. Ma aldilà di queste piccole curiosità meta-cinematografiche, nella pellicola diretta dal mediocre John Moore, tranne che poche variazioni iniziali -come l'avvistamento delle comete che annunciano "l'avvento" dell'anticristo e la riunione in Vaticano- non c'è assolutamente niente di nuovo rispetto al prototipo. La sceneggiatura di David Seltzer ripropone, infatti, senza guizzi e senza la minima fantasia, lo stesso impianto narrativo del primo film (già di per sé non un capolavoro), a cui il regista si accoda realizzando le stesse, uguali sequenze, senza riuscire a costruirvi attorno una propria visione e senza permeare di atmosfera un film che, dato l'argomento, non può solo concentrarsi su spaventi e scene truculente, peraltro prevedibili e senza un minimo di tensione.

Non aiuta in questo caso un cast poco ispirato, in cui l'unico che si sforza veramente è Schreiber (qui al suo primo vero ruolo da protagonista), mentre la Stiles non si preoccupa minimamente di andare oltre il proprio personaggio di madre spaventata, non riuscendo a tratteggiare nel carachter Kathryn Thorne alcun tratto di personalità e confermando le sue lacune di attrice; il giovanissimo Davey-Fitzpatrick non va oltre lo sguardo fisso che regala per tutta la durata della pellicola, mentre Mia Farrow è la più interessante, interpretando un ruolo per lei inedito anche se avrebbe meritato maggiore spazio, soprattutto nella fase finale in cui viene eliminata troppo in fretta.
L'obiettivo di Moore è quello di attirare le nuove generazioni, le quali non conoscono (purtroppo) il film originale, ma lo fa senza idee e, capendolo, insiste nella seconda parte su scene splatter e riprese pubblicitarie da cartoline patinate, in un remake di cui non si sentiva proprio il bisogno.

Carlo Coratelli