Ritorna
con questo film il geniale ed elegante ladro Danny Ocean (George
Clooney) insieme all’amico Rusty Ryan (Brad Pitt) ed
i loro complici, il cui numero –come da titolo- è
arrivato a 13.
Stavolta il colpo progettato dai protagonisti non sarà
dettato da ragioni di profitto, ma solo di giustizia. Bersaglio
del gruppo è lo spietato ed ambizioso uomo d’affari
Willy Banks (Al Pacino) reo di aver truffato ed umiliato l’amico
e maestro di Ocean, Reuben Tishkoff (Elliott Gould), il quale,
rovinato economicamente, viene colpito da un infarto e precipita
in una profonda apatia. Al suo capezzale accorrono tutti i
suoi amici, primi tra tutti Danny e Rusty, raggiunti poi dal
trasformista Linus (Matt Damon), l’esperto in demolizioni
Basher (Don Cheadle), l’acrobatico Yen (il simpatico
Shaobo Qin) ed il resto della loro banda.
Liquidata nelle prime battute del film (“sono affari
personali”) l’assenza di Julia Roberts e Catherine
Zeta-Jones, che nei precedenti capitoli interpretavano le
rispettive compagne di Danny e Rusty qui rimaste a casa, la
banda si rimette in moto per studiare un piano contro Banks,
il quale è in procinto di inaugurare The Bank, il suo
nuovo e faraonico albergo-casinò. Ocean ed i suoi decidono
quindi di colpirlo su tre fronti: distruggere la reputazione
dell’albergo, sbancarne il casinò e derubare
Banks di 4 preziosissimi collier di diamanti dal valore di
250 milioni di dollari.
Il piano sarà complicatissimo e non mancheranno le
difficoltà che costringeranno Ocean, a corto di fondi,
a rivolgersi addirittura all’arcigno uomo d’affari
Terry Benedict (Andy Garcia), ovvero il “cattivo”
dei primi due episodi che seppellirà (temporaneamente)
l’ascia di guerra e si alleerà con lui per affondare
il rivale in affari Banks.
Con
un cast di all stars il regista Steven Soderbergh conclude
in maniera abbastanza degna la trilogia di Ocean, con un ultimo
episodio in linea di massima godibile che, seppur con alcuni
difetti, ci regala diverse sorprese: la prima è che
il nuovo villain del film, lo spietato magnate dell’industria
alberghiera e del gioco d’azzardo Willie Banks, è
interpretato niente poco di meno che dal grande Al Pacino.
La seconda è il riproporre sia l’ambientazione
da gioco d’azzardo di Las Vegas sia le atmosfere criminal-sofisticate
anni ’60 del primo “Ocean’s 11”, le
quali erano andate perse nel secondo episodio in favore di
toni da commedia scanzonata degli equivoci ed ambientazione
europea. Il ritorno di questi elementi fornisce a Soderbergh
l’occasione per fare satira con ironia sottile sul business
del gioco d’azzardo, sul livello sfrenato di ostentazione
e lusso trash di Las Vegas, sulle dinamiche aziendali di alberghi
e casinò, su alcune fasce di giocatori -tipo i giapponesi-
visti come polli da spennare e persino sui lavoratori sottopagati
messicani.
Il film racconta un piano a dir poco machiavellico, con una
narrazione che illustra passo dopo passo le fasi della preparazione
del colpo, ma in maniera da non svelare completamente i contorni
dell’esecuzione finale, illustrata nella seconda parte
del film.
Ad accompagnare la trama principale ci sono dialoghi leggeri
(forse troppo) e confronti serrati tra i protagonisti, certo
spiritosi ma in sintesi più freddi e meno scoppiettanti
rispetto a quelli dei precedenti episodi. Oltre a questo,
ci sono varie gags abbastanza divertenti ad arricchire il
tessuto del film: vedi, ad
esempio, le disavventure del commissario della guida alberghiera,
lo “charme” di Linus rafforzato chimicamente oppure
lo sciopero dei lavoratori messicani provocato dai complici
di Ocean...
Il
ritmo, nonostante la quasi assenza di scene d’azione,
è abbastanza sostenuto e la storia procede senza intoppi
ma, ahimé, anche senza guizzi: non ci sono infatti
molti colpi di scena e quello finale ci è parso francamente
debole; deboli anche le motivazioni e le caratterizzazioni
dei personaggi (soprattutto quelle di Andy Garcia ed Al Pacino),
forse per il limitato spazio a disposizione a causa tanto
del cast affollato quanto delle molteplici cose da raccontare.
Il colpo al casinò, poi, risulta troppo complicato,
frammentato e pieno di buchi logici (vedi la mega-trivella)
per risultare realmente credibile, rappresentato anche con
poca consistenza e con i protagonisti che sembrano essere
fastidiosamente onnipresenti ed in grado di andare ovunque
senza suscitare il minimo sospetto. Elementi fantascientifici
come il super-computer del casinò aumentano la difficoltà
del piano e quindi il thrilling della storia, ma risultano
fuori posto con le atmosfere del film, così come ingombrante
risulta la sottotrama della fabbrica messicana in fermento
alla quale è dedicato forse troppo spazio. Tutte queste
lacune finiscono per pesare molto sulla riuscita complessiva
del film, il quale però si presenta al pubblico in
maniera impeccabile, con una veste “leggera” ed
elegante.
“Ocean’s 13” è insomma un prodotto
disimpegnato, ma spiritoso e girato con stile: cosa che, sommando
anche i nomi degli attori presenti, giustifica ampiamente
il costo del biglietto ed assicura due ore di moderato divertimento.
Paolo
Pugliese