Soprannominato
ironicamente il “professore”, un quarantenne (Giuseppe
Battiston) infantile, dall’aspetto scialbo e dall’espressione
assorta e stupita, conduce una vita di tuttofare in una casa
equivoca, a Roma, finché la piattezza della sua vita
viene scossa dalla conoscenza della Marchesa (Ambra Angiolini).
La donna era una prostituta che in passato era stata nella
casa, ricoverata ora in ospedale dopo un tentativo di suicidio
per una delusione d’amore. Il “professore”
si reca a trovarla in ospedale e in un crescendo di attenzioni,
di piccoli favori, di gesti semplici, sembra che tra i due
possa nascere un improbabile sentimento di simpatia. Apparentemente
chiuso alla coscienza, l’uomo ha nei confronti delle
cose un’attenzione spiazzante e imprevedibile, che lo
porta a distrarsi, inseguendo il filo di un pensiero spesso
incongruo rispetto alle contingenze. Ma un altro episodio
inciderà più profondamente nella coscienza del
protagonista: la visita agli scavi di Villa Adriana, a Tivoli…
Guardando
questo film, non si riesce a comprendere cosa volesse esattamente
raccontare il regista Emidio Greco in questa sua opera di
adattamento dell’omonimo racconto morale di Franco Lucentini,
uscito ed ambientato a metà degli anni Sessanta. La
pellicola è minimalista, ripetitiva, con lunghi fuori
campo che sono quasi estranei al filo narrativo, quest’ultimo
appesantito anche da dialoghi tratti dal libro che risultano
datati ed estemporanei. Gli spettatori non riescono a partecipare
emotivamente alle vicende di due personaggi fuori dagli schemi,
la cui interazione è affidata a lunghi silenzi, nonché
a frasi smozzicate e lasciate in sospeso. L’incontro
tra due anime sole e mediocri non è reso in maniera
esplicita, né tantomeno introspettiva, bensì
risulta eccessivamente artefatta nell’impostazione dei
dialoghi ed astratta nelle conclusioni, con un finale improbabile
ed involontariamente ridicolo. Dispiace dirlo, ma realizzare
film del genere non aiuta certo il pubblico italiano a riconciliarsi
con il suo cinema, alimentando il luogo comune di un sedicente
genere d’autore del nostro paese - tra l’altro
realizzato con i soliti finanziamenti pubblici - che fallisce
inesorabilmente al botteghino perché le proprie ambizioni
superano i relativi meriti, rivelandosi pretenziosamente astratto,
noioso, poco comunicativo. E la comunicazione è l’elemento
mancante in questo film, sia per quanto riguarda i testi,
sia per quanto riguarda lo stesso filo narrativo conduttore,
che vorrebbe farsi carico di significati e riflessioni sulla
natura umana, sulla mediocrità e la solitudine, senza
però riuscire mai ad approfondirli veramente.
I
lunghissimi primi piani a cinepresa fissa sui reperti archeologici
di Villa Tivoli, ad esempio, non hanno alcuna vera funzione
narrativa (a parte un’aperta promozione turistica, visto
che il film è co-finanziato dal Ministero per i Beni
e le Attività Culturali e dalla Roma Lazio Film Commission),
perché il loro valore di risveglio della coscienza
del protagonista, in uno scambio e un intreccio di significati
con la mediocrità della sua vita, rimane puramente
sulla carta. Le atmosfere rarefatte delle riprese di Greco
sono infatti fini a sé stesse, non trasmettendo alcun
significato o introspezione, risultando scialbe e superficiali.
Poco importa se il film è una fedele lettura del libro,
perché il cuore del racconto viene esaminato in maniera
approssimativa. Bravo quanto sprecato Giuseppe Battiston,
assolutamente insufficiente invece la prova di Ambra Angiolini,
con una recitazione fastidiosamente enfatica.
Paolo
Pugliese