Alex
(Guy Pearce) e Kim (Katie Holmes) sono una coppia unita tanto
nella vita quanto sul lavoro. Entrambi architetti, si stanno
occupando del restauro di un’antica villa di campagna
del 19° secolo, nella bucolica e tranquilla Rhode Island,
con l’obiettivo poi di venderla. Vengono raggiunti da
Sally (Bailee Madison), la figlia di Alex di dieci anni, la
quale scopre una cantina murata, nelle cui viscere sembrano
vivere delle piccole creature con cui la bambina dialoga e
finisce per liberare. Ben presto le creature si riveleranno
avere una natura tanto antica quanto maligna, nascondendosi
nell’ombra e dietro le pareti della casa, osservando
la famigliola in attesa di colpire, per trascinare Alex giù
con loro, nelle profondità della casa.
“Non
avere paura del buio” è il remake di un omonimo
film per la televisione del 1973, presentandosi come un horror
sovrannaturale, che da un lato rimodula antiche favole come
quella della fatina dei denti (uno dei colpi di scena del
film) e dall’altro sfrutta la fobia claustrofobica di
ambienti chiusi e bui, offerti dall’ambientazione nell’antica
magione. Dopo un’apertura abbastanza conturbante, la
pellicola procede in maniera estremamente convenzionale, seguendo
dei binari narrativi già percorsi da altri, senza presentare
nulla di memorabile per trama o inventiva registica. Nonostante
la firma in produzione di Guillermo del Toro (regista di film
come i due “Hellboy” e “Il Labirinto del
Fauno” e produttore di film come “The Orphanage”
e “The Others”), e la sceneggiatura cofirmata
insieme a Matthew Robbins (sceneggiatore di lunga esperienza,
autore di film come “Il Concerto”, “Mimic”,
“Il Drago sul Lago di Fuoco”, “Sugarland
Express” e “L’Uomo che fuggì dal
Futuro”), questo horror si rivela assai modesto per
creatività, pathos e suspense. La trama, a pochi minuti
dall’inizio, si sfalda in una serie di cortocircuiti
narrativi abbastanza gratuiti e poco giustificati sul fronte
della credibilità, saccheggiando in maniera ripetitiva
l’iconografia del cinema horror delle “Ancient
Creatures” (da “Gremlins” a “Critters”
a “Bambola Assassina”). I protagonisti sembrano
poi delle marionette che si cacciano volontariamente in situazioni
pericolose (perché, ad esempio, non accendere subito
la luce nella sequenza del bagno?), senza che vengano minimamente
tratteggiati i nessi logici tra fatti, personaggi e reazioni
psicologiche di fronte agli strani eventi che si susseguono,
la cui rivelazione è affidata in maniera molto pigra
al classico spiegone da parte del solito bibliotecario ultra-sapiente.
Sottolineata
da una bella fotografia vivida, la regia del quasi esordiente
Troy Nixey è in verità elegante e fortemente
illustrativa, tradendo il suo passato di autore di fumetti,
ma si disperde in un’affannosa e ripetitiva ricerca
dell’effetto fine a sé stesso, senza riuscire
né a focalizzarsi sulle atmosfere arcane e cupe della
storia, né a dare peso introspettivo a quanto racconta.
A parte la discreta evoluzione del rapporto tra la piccola
Alex e la matrigna Kim, i protagonisti sono illustrati in
maniera minimalista e superficiale, con un cast anche poco
ispirato: un Guy Pearce più inespressivo del solito
interpreta uno dei padri più inutili e distratti della
storia del cinema, insieme ad una Katie Holmes con l’aria
perennemente attonita ed infine una piccola Bailee Madison
che si rivela una delle bambine più antipatiche e insopportabili
viste sul grande schermo.
Paolo
Pugliese