Era
solo questione di tempo, specie dopo il successo del remake
del 2003, che arrivasse una nuova puntata del rinnovato franchising
cinematografico sui macellai assassini con la sega elettrica
creati nel 1974 dal grande Tobe Hooper, con il primo e folgorante
“Texas Chainsaw Massacre/Non Aprite quella Porta”.
NON
APRITE QUELLA PORTA: L'INIZIO non è però un
remake-sequel bensì un prequel con le origini del letale
Leatherface e della sua famiglia, ambientato prima nel 1939
e poi nel 1969 (cioè diversi anni prima delle vicende
raccontate sia dall’originale che dal precedente remake).
Dopo il prologo, assstiamo alle drammatiche vicissitudini
di due fratelli che, prima di partire entrambi per il Vietnam,
si concedono un viaggio-vacanza insieme alle rispettive fidanzate
fino in Texas. L’idea si rivelerà ben presto
pessima (pare che il Texas, per il cinema americano, sia una
terra assai pericolosa...) e la macchina su cui viaggiano
le due coppie finirà fuori strada a causa dell’aggressione
di alcuni motociclisti che li derubano. Nel corso dell’incidente
la fidanzata di Eric, Chrissie, viene sbalzata dall’auto
ed, a terra, assiste all’arrivo dello sceriffo locale
Hoyt che in maniera imprevedibile arresta i suoi tre amici
e li porta nell’isolata fattoria degli Hewitt (per motivi
facilmente intuibili). Toccherà quindi a Chrissie tentare
di salvare i ragazzi dovendo però fare i conti con
una famiglia di macellai cannibali tra cui c’è
il letale Thomas, un disadattato destinato a divenire il Leatherface
che tutti noi amiamo.
Questo nuovo episodio non è altro che un’operazione
commerciale di saccheggio-omaggio di uno dei capisaldi del
cinema horror-gore che da trent’anni a questa parte
ha influenzato pesantemente tutti i film venuti dopo. Nonostante
però il fatto che non sia né un capolavoro né
un’opera originalissima, NON APRITE QUELLA PORTA: L'INIZIO
ha alcuni spunti interessanti grazie ai quali cerca di svicolare
il pericolo di essere un prodotto riciclato e già visto
con il solito archetipo narrativo di caccia al gatto ed al
topo tipico di questo genere di film. Dal punto di vista della
storia, la sceneggiatura rivela finalmente (grazie anche ad
un preludio) le origini di Leatherface: neonato deforme partorito
in un mattatoio ed abbandonato in un cassonetto che viene
trovato ed adottato dalla folle famiglia degli Hewitt. In
seguito vengono esposti anche i motivi del cannibalismo, raccontati
con una lieve metafora politica e critica sociale avente temi
come l’emarginazione e la non accettazione da parte
della società di chi è un diverso, il quale
da vittima si trasforma in carnefice. Niente da far gridare
al miracolo, ma sicuramente è degno di nota la volontà
di dare in pasto al pubblico una storia più succosa
che, sparando quasi le ultime cartucce a disposizione, rivela
un background mai narrato.
Alla regia di questo prequel-remake c’è l’emergente
Jonathan Liebesman, già autore di un mediocre popcorn-horror
dalla discreta realizzazione visiva come “Darkness Falls/Al
Calar delle Tenebre”, che dirige con una certa verve
questo film cercando di omaggiare/riciclare lo stile “sporco”
di Tobe Hooper.
Liebesman è uno dei tanti talentuosi registi su commissione,
non impone nessuno stile personale alla pellicola né
propone tantomeno niente di nuovo rispetto all’originale
di Hooper, eppure dirige con un certo impatto visivo questo
film, calcando la mano sulle scene splatter e dandogli un
taglio, per montaggio ed inquadrature, estremamente realistico,
quasi documentaristico oseremmo dire: un prodotto che, dato
già per scontato, finisce anche per sorprendere positivamente
lo spettatore sia per il ritmo martellante ed angosciante
sia per alcune riprese effettuate con cinepresa a mano che
denotano lavolontà di evitare immagini cinetiche, patinate
e da videoclip in favore di una tensione fisica ed un’atmosfera
da provincia infernale, lurida e fatiscente (evidenziata soprattutto
dalle scenografie) che mette un pò a disagio.
Il
cast è composto da attori giovani e sconosciuti tra
i quali si distinguono la bella ed emergente Jordana Brewster
nel ruolo di Chrissie, uno sconosciuto Andrew Bryniarski in
quello di Leatherface e soprattutto il caratterista R. Lee
Ermey (lo ricordate come il terribile sergente addestratore
di “Full Metal Jacket”?) che ritorna ad interpretare
lo sceriffo locale Hoyt, già apparso nel primo remake
e per il quale il termine “marcio fino al midollo”
è un gradito complimento...
Marco
Valerio