1933.
L'America, in piena depressione, si dimostra un territorio perfetto
per la scalata di criminali e assassini di ogni sorta, dato
lo sfaldamento e la corruzione generale degli apparati burocratici,
spesso incapaci o non abbastanza presenti per fermare quest'ondata
in costante ascesa. E' in questo periodo si muove John Dillinger
(Johnny Deep), un ladro “gentiluomo”, capace
di accompagnare rapine a grandi banche con serate di vita mondana
e al cui fascino nessuna donna può resistere. Le sue
continue evasioni dalle carceri di massima sicurezza mettono
in cattiva luce l'ambizioso Edgar Hoover (Billy Crudup),
direttore del Bureau of Investigation, che metterà sulle
sue tracce l'agente Melvin Purvis (Christian Bale),
determinato a metterlo sulla sedia elettrica.
Il
regista Michael Mann trae ispirazione dal saggio di Brian
Burrough (Public Enemies: America's Greatest Crime Wave
and the Birth of the FBI, 1933-43) per creare una pellicola
che è prima di tutto una lotta fra archetipi opposti:
da una parte abbiamo il misuratissimo (anche dal punto di
vista recitativo) Purvis-Bale, ovvero l'ordine e la disciplina,
pieno di dubbi morali forzatamente nascosti, sempre indaffarato
a mettere in mostra quel tipo di carisma che non sfocia mai
nella passione per quello che sta facendo; dall'altra Dillinger-Deep,
la sregolatezza e l'istinto, a volte privo di scrupoli, altre
volte disposto a mostrare un umanità inaspettata. Questi
due personaggi, che sono in realtà due modi di concepire
la vita agli antipodi, si danno battaglia: una battaglia capace
di trascendere il bene e il male o la morale, con ciascuno
“schieramento” sempre disposto a travalicare qualsiasi
confine pur di dimostrare la propria superiorità.
La
regia di Mann (che per la prima volta nella sua carriera
usa la tecnica del digitale), fredda e diretta, che segue
gli eventi nella migliore delle maniere senza mai auto compiacersi
in nessun modo, risulta essere la parte migliore del film,
che gode anche di interpretazioni generalmente solide (bravi
Deep e Bale, bravissima Marion Cotillard nel ruolo di Billie
Frechette, la donna di Dillinger), oltre che di curatissime
scenografie.
Altrettanto non sempre si può dire della sceneggiatura,
che se da una parte mette in mostra splendidi dialoghi serrati
ed in linea con il tono del film, ogni tanto risulta essere
dispersiva mostrando un approfondimento psicologico dei personaggi
quasi sempre nullo.
In
particolare quest'ultimo problema è quello più
percepibile nel corso del film (soprattutto se consideriamo
che gli altri film di Mann non erano certo privi di personaggi
affascinanti e “tridimensionali”); ne risente,
quindi, lo sviluppo generale degli eventi, alcuni dei quali
sembrano frettolosi e non in grado di imprimersi più
di tanto nella memoria dello spettatore. Il che è un
peccato, visto che il film è pieno di momenti ottimi
che, se maggiormente marcati, gli avrebbero sicuramente garantito
un posto al sole tra le migliori pellicole di questa stagione.
Il risultato finale si assesta comunque su un livello medio-alto,
e dimostra che il registro stilistico di Mann non ha perso
colpi durante gli anni. Certo, non c'è dubbio, però,
che un po' di amaro in bocca resta allo spuntare dei titoli
di coda...
Leonardo
Quintavalle