Jennifer
Marsh, un’agente dell’FBI di Portland che si occupa
di crimini informatici, riceve un’allarmata segnalazione
che riguarda il sito www.killwithme.com, in cui,
in tempo reale, si assiste alla morte di un gattino. Il problema
è che, in breve tempo, il killer passerà dai
cuccioli alle persone, che verranno torturate e uccise on-line.
Per un meccanismo perverso, più visitatori avrà
il sito, più la vittima morirà velocemente e,
mentre i cadaveri aumentano assieme al counter che registra
le connessioni, Jennifer, con l’aiuto del collega Griffin
Dowd, cercherà di scoprire dove si nasconde il colpevole.
Di serial-killer con il pallino del moralismo, da “Seven”
in poi, sono piene le fosse e, evidentemente, anche i magazzini
dei distributori italiani. Dopo Jigsaw e l’interminabile
saga di “Saw”, l’ultimo arrivato tra i verbosi
fustigatori è l’Owen Riley di “Nella Rete
del Serial Killer”, che ci ammannisce le sue reprimende
in malafede sull’uso sconsiderato del Web, che sollecita
gli istinti più bassi ed il voyeurismo selvaggio; il
prolisso sociopatico sembra infatti invocare una legislazione
più restrittiva ed un maggior controllo dei contenuti
e, per raggiungere il suo scopo, non esita a torturare e a
uccidere on-line. Facile constatare come il suo punto di vista
coincida con quello degli autori della sceneggiatura, Robert
Fyvolent, Mark Brinker e Allison Burnett: il demonio si annida
in Internet e nelle nuove tecnologie, e il terzetto lo ribadisce
con la stessa convinzione con cui anziani studiosi, al limite
tra l’arteriosclerosi e l’Alzhaimer, si ostinano
ad ascoltare al contrario dischi dei Beatles. Purtroppo l’inerte
Gregory Hoblit (già colpevole del micidiale “Il
caso Thomas Crown”) non è certo Haneke, e questo
film non è “Funny Games”. Il sermone sulla
violenza nei mass media è strumentale e ha la coda
di paglia, dato che le scene di tortura, anche se inferiori
a un “Hotel” qualsiasi per imperizia del regista,
fanno leva proprio su quel voyeurismo che si vuole condannare.
Nella loro irritante foga predicatoria, gli sceneggiatori
del film non mancano di rammentarci che scaricare musica da
Internet è un reato, e che duplicare DVD, sia pure
porno-gay con baffuti omaccioni borchiati, come capita a uno
dei sospetti, è un’attività illegale,
come da logo dell’FBI apposto ad eterno memento ad ogni
inizio di registrazione. Un’infrazione da cui “Nella
Rete del Serial Killer” si mette astutamente al riparo,
dato che nessun individuo sano di mente avvertirà la
necessità di conservarne una copia, pirata o meno che
sia.
La
mediocre regia di routine, ai livelli di CSI, annaspa in debito
di fiato, riciclando trucchetti già vecchi ai tempi
del “Silenzio degli Innocenti”, come l’abusato
montaggio alternato dell’irruzione della polizia e della
vittima di turno, che alla fine ci farà scoprire (sorpresa,
sorpresa…) che si tratta di due luoghi diversi.
In questo pasticcio ipocrita dal sapore reazionario, si salva
solo la sempre efficace Diane Lane, dimessa e con occhiaie
perenni, mentre i cultori del pettegolezzo saranno appagati
dal sapere che il personaggio di Griffin Dowd è interpretato
dal figlio di Tom Hanks.
Ma la ciliegina sulla torta l’aggiunge il funzionario
dell’FBI che, in conferenza stampa, dichiara: “La
vittima è un buon americano. Uno di noi.”,
frase rivelatoria dallo sconfortante sottotesto. Insomma,
se non avete una “Green Card”, tenetevi pronti
per un’eventuale “extraordinary rendition”:
potrete essere torturati con tutti gli agi e nella massima
libertà, anche perché, non essendo buoni americani,
di voi non fregherà nulla a nessuno.
Nicola
Picchi