MUNICH

Titolo Originale: Id.
Genere: Drammatico/Thriller
Regia: Steven Spielberg
Sceneggiatura: Tony Kushner, Eric Roth
Cast: Eric Bana, Daniel Craig, Ciarán Hinds, Mathieu Kassovitz, Hanns Zischler
Colonna Sonora: John Williams
Produzione: Kathleen Kennedy, Barry Mendel, Steven Spielberg, Colin Wilson
Paese d’origine: USA - 2005
Durata: 164 minuti

 

“NO”. Questa è l’ultima parola che si ascolta nel film ed è sintomatica del profondo pessimismo che pervade l’intero film, in cui la vendetta è il tema conduttore e la violenza prevale su ogni tipo di ragionevolezza.
Monaco, 1972. Un gruppo terroristico arabo, legata a Settembre Nero, penetra nel villaggio olimpico e prende in ostaggio 9 atleti israeliani, uccidendone altri due. Dopo ore convulse e di trattative le forze dell’ordine provano un blitz che però si conclude in un bagno di sangue, in cui perderanno la vita terroristi e ostaggi.
Questo tragico avvenimento costituisce l’antefatto del film: per reagire a questo attentato, il governo israeliano oltre alla “solita” risposta ufficiale, con bombardamenti ai campi di addestramento per terroristi (o a semplici campi profughi secondo i palestinesi), decide anche di intraprendere una segretissima azione di vendetta, affidata a un piccolo gruppo di agenti del Mossad, capeggiati da Avner (Eric Bana). Il loro scopo sarà quello di uccidere 11 arabi, ritenuti da Israele complici delle azioni terroristiche verso gli ebrei. Inizia così una caccia mondiale, alla ricerca di vendetta più che di giustizia.

La prima parte del film è folgorante ed emozionante. Narrazione asciutta e intensa, quasi cronicistica, ma densa di emozioni. Una prima ora in cui si rimane incollati allo schermo, in cui Spielberg ti cattura e ti getta in un incubo di sangue e violenza. Poi il film prosegue come una spy-story più convenzionale, ma sempre ad alta tensione, in cui Avner si renderà conto di quanto sia difficile uscire con la pelle intatta e la mente sana da quel folle mondo fatto di servizi segreti, soffiate, doppiogiochisti, intrighi politici e bombe in quantità. Nel finale il regista torna su questioni più politiche e morali, ma molti interrogativi resteranno inevitabilmente senza risposta.

Spielberg crea un contrasto stridente tra la profonda umanità con cui tratteggia i personaggi e la scia di sangue che lasciano le loro azioni, tra la semplice quotidianità dei loro gesti e le terribili scelte che sono costretti a prendere.
Golda Meir, primo ministro israeliano, è tratteggiata come una donna semplice, alla mano, che veste in maniera modesta e parla con voce calda e pacata. Come una delle tante deliziose nonne, adorate dai nipotini perché porta loro le cioccolate. Eppure sulle sue spalle gravano decisioni pesanti, è costretta a prendersi la responsabilità di esecuzione e bombardamenti, consapevole che tanta gente (innocente o meno) perderà la vita in seguito alle sue scelte, consapevole di stare calpestando le leggi del suo stesso paese e le convinzioni profonde del suo essere. Tuttavia non rifugge la responsabilità, sa che questo compito tocca a lei e non si tira indietro.

Lo stesso discorso vale per i cinque agenti segreti che formano la squadra killer. Dimenticatevi le spie alla James Bond, straordinari in tutto e per tutto, affascinanti quanto improbabili, sempre alle prese con nemici cattivissimi e altrettanto irreali.
Qui abbiamo persone comuni, con una loro famiglia, con aspirazioni normali e comportamenti consueti. C’è chi (Avner, il protagonista) ha una moglie incinta, chi un negozio di antiquariato, chi costruisce giocattoli. Eppure tutti loro sono pronti a compiere grandi sacrifici ed efferati omicidi, a rischiare la sanità mentale e la pelle stessa per la loro missione. Perché devono, perché tocca a loro. Il pranzo con cui si riunisce il gruppo e gli agenti fanno la reciproca conoscenza, è una delle sequenze più spiazzanti dell’intero film: mentre mangiano, seduti intorno ad un tavolo, come un qualsiasi incontro tra amici, parlando delle loro famiglie, del loro lavoro, delle piccole cose quotidiane, tra simpatici sfottò e brindisi beneaguranti, nel frattempo progettato omicidi, architettano attentati, pianificano la morte di tanta gente, con un gelido senso del dovere che lascia più di un brivido nello spettatore.

E gli arabi? Anche qui scordatevi i deliranti cattivoni stile “007”, oppure la ferocia fine a sé stessa dei terroristi musulmani che ormai spuntano come funghi nei film americani. Durante la loro missione, Avner e soci sono costretti a venire a stretto contatto con molti di questi “nemici di Israele”. E Spielberg ce li dipinge con delicata umanità: affettuosi padri di famiglia, scrittori gentili che fanno la spesa e chiacchierano con i negozianti o bonari vicini di stanza che si godono il fresco della sera in mutandoni e canottiera. Eppure, nonostante questa innocua quotidianità delle loro azioni, sono probabilmente complici e organizzatori di omicidi e attentati sanguinari.
Volutamente ci vengono mostrati questi presunti terroristi, questi “nemici”, questi “mostri” nella maniera più umana possibile, presentandoli come persone comuni, persino affettuosi e altruisti e non come viscidi e ghignanti malvagi, rosi dall’odio e dal rancore, crudeli e traditori, feroci oltre ogni logica, così come compaiono in tante semplicistiche pellicole holliwoodiane.

In “Munich” non c’è distinzione tra buoni e cattivi, giusto e sbagliato, bene e male. Ci sono solo persone. Golda Meir vorrebbe godersi la vecchiaia nel tepore del suo giardino, ma è costretta a prendere decisioni difficilissime. Avner vorrebbe stare con la moglie e la figlioletta appena nata, ma deve completare la sua missione. Il giovane terrorista vorrebbe farsi una famiglia e lavorare in pace, ma deve combattere per il futuro del suo popolo. E tutti loro sanno che le loro azioni e i loro sacrifici saranno probabilmente vani, ma nello stesso tempo non si tirano indietro, perché devono farlo, perché non vedono vie alternative. Figure tragiche e quasi nobili nel loro senso del dovere, nobiltà che per contrasto rende ancora più sconvolgente la spietatezza con cui portano a termine gli atti più efferati.

Il film è pervaso da questa sensazione di ineluttabilità, tutti vorrebbero fare altro, ma “devono” ordinare bombardamenti, pianificare attentati, uccidere senza pietà. Nonostante la loro umanità e le aspirazioni di pace, sono tutti invischiati in questa spirale d’odio, in questo circolo vizioso in cui vendetta chiama vendetta, in un’escalation senza fine di rivalse e di violenza.
Avner dopo un iniziale entusiasmo si rende ben presto conto che la sua missione è inutile, che in risposta ai suoi omicidi mirati, gli attentati dei terroristi si moltiplicano, che le persone che uccide vengono rapidamente sostituite ai vertici delle organizzazioni terroristiche da persone ancora più violente e sanguinarie. Capisce che la sua missione non porterà pace e sicurezza al suo paese e alla sua famiglia. Ma prosegue, perché ha una missione, perché non vede altre vie, altri modi di trattare il problema.

Ecco perché parlavo di pessimismo che pervade il film di Spielberg. Nonostante il regista ci mostri una visione rosea della natura umana, in cui anche spie e terroristi sono brave persone, fondamentalmente buoni, tolleranti e pronti al dialogo, nello stesso tempo li pone in una strada senza uscite, in cui l’unica opzione è la violenza.
Spielberg fornisce poche sicurezze in questa pellicola, si pone (e fa porre allo spettatore) tante domande, ma non fornisce nessuna risposta. Perché forse non ce ne sono. E il “no” finale, sullo sfondo delle torri gemelle ancora integre (il film si svolge negli anni ’70) è gravido di oscuri presagi e di ulteriori promesse di tragedie.
Un film da non perdere. Coinvolgente ed emozionante, ben recitato, intenso e mozzafiato.

Mario Colasuonno