“NO”.
Questa è l’ultima parola che si ascolta nel film
ed è sintomatica del profondo pessimismo che pervade l’intero
film, in cui la vendetta è il tema conduttore e la violenza
prevale su ogni tipo di ragionevolezza.
Monaco, 1972. Un gruppo terroristico arabo, legata a Settembre
Nero, penetra nel villaggio olimpico e prende in ostaggio 9 atleti
israeliani, uccidendone altri due. Dopo ore convulse e di trattative
le forze dell’ordine provano un blitz che però si
conclude in un bagno di sangue, in cui perderanno la vita terroristi
e ostaggi.
Questo tragico avvenimento costituisce l’antefatto del film:
per reagire a questo attentato, il governo israeliano oltre alla
“solita” risposta ufficiale, con bombardamenti ai
campi di addestramento per terroristi (o a semplici campi profughi
secondo i palestinesi), decide anche di intraprendere una segretissima
azione di vendetta, affidata a un piccolo gruppo di agenti del
Mossad, capeggiati da Avner (Eric Bana). Il loro scopo sarà
quello di uccidere 11 arabi, ritenuti da Israele complici delle
azioni terroristiche verso gli ebrei. Inizia così una caccia
mondiale, alla ricerca di vendetta più che di giustizia.
La prima parte del film è folgorante ed emozionante. Narrazione
asciutta e intensa, quasi cronicistica, ma densa di emozioni.
Una prima ora in cui si rimane incollati allo schermo, in cui
Spielberg ti cattura e ti getta in un incubo di sangue e violenza.
Poi il film prosegue come una spy-story più convenzionale,
ma sempre ad alta tensione, in cui Avner si renderà conto
di quanto sia difficile uscire con la pelle intatta e la mente
sana da quel folle mondo fatto di servizi segreti, soffiate, doppiogiochisti,
intrighi politici e bombe in quantità. Nel finale il regista
torna su questioni più politiche e morali, ma molti interrogativi
resteranno inevitabilmente senza risposta.
Spielberg crea un contrasto stridente tra la profonda umanità
con cui tratteggia i personaggi e la scia di sangue che lasciano
le loro azioni, tra la semplice quotidianità dei loro gesti
e le terribili scelte che sono costretti a prendere.
Golda Meir, primo ministro israeliano, è tratteggiata come
una donna semplice, alla mano, che veste in maniera modesta e
parla con voce calda e pacata. Come una delle tante deliziose
nonne, adorate dai nipotini perché porta loro le cioccolate.
Eppure sulle sue spalle gravano decisioni pesanti, è costretta
a prendersi la responsabilità di esecuzione e bombardamenti,
consapevole che tanta gente (innocente o meno) perderà
la vita in seguito alle sue scelte, consapevole di stare calpestando
le leggi del suo stesso paese e le convinzioni profonde del suo
essere. Tuttavia non rifugge la responsabilità, sa che
questo compito tocca a lei e non si tira indietro.
Lo stesso discorso vale per i cinque agenti segreti che formano
la squadra killer. Dimenticatevi le spie alla James Bond, straordinari
in tutto e per tutto, affascinanti quanto improbabili, sempre
alle prese con nemici cattivissimi e altrettanto irreali.
Qui abbiamo persone comuni, con una loro famiglia, con aspirazioni
normali e comportamenti consueti. C’è chi (Avner,
il protagonista) ha una moglie incinta, chi un negozio di antiquariato,
chi costruisce giocattoli. Eppure tutti loro sono pronti a compiere
grandi sacrifici ed efferati omicidi, a rischiare la sanità
mentale e la pelle stessa per la loro missione. Perché
devono, perché tocca a loro. Il pranzo con cui si riunisce
il gruppo e gli agenti fanno la reciproca conoscenza, è
una delle sequenze più spiazzanti dell’intero film:
mentre mangiano, seduti intorno ad un tavolo, come un qualsiasi
incontro tra amici, parlando delle loro famiglie, del loro lavoro,
delle piccole cose quotidiane, tra simpatici sfottò e brindisi
beneaguranti, nel frattempo progettato omicidi, architettano attentati,
pianificano la morte di tanta gente, con un gelido senso del dovere
che lascia più di un brivido nello spettatore.
E
gli arabi? Anche qui scordatevi i deliranti cattivoni stile “007”,
oppure la ferocia fine a sé stessa dei terroristi musulmani
che ormai spuntano come funghi nei film americani. Durante la
loro missione, Avner e soci sono costretti a venire a stretto
contatto con molti di questi “nemici di Israele”.
E Spielberg ce li dipinge con delicata umanità: affettuosi
padri di famiglia, scrittori gentili che fanno la spesa e chiacchierano
con i negozianti o bonari vicini di stanza che si godono il fresco
della sera in mutandoni e canottiera. Eppure, nonostante questa
innocua quotidianità delle loro azioni, sono probabilmente
complici e organizzatori di omicidi e attentati sanguinari.
Volutamente ci vengono mostrati questi presunti terroristi, questi
“nemici”, questi “mostri” nella maniera
più umana possibile, presentandoli come persone comuni,
persino affettuosi e altruisti e non come viscidi e ghignanti
malvagi, rosi dall’odio e dal rancore, crudeli e traditori,
feroci oltre ogni logica, così come compaiono in tante
semplicistiche pellicole holliwoodiane.
In “Munich” non c’è distinzione tra buoni
e cattivi, giusto e sbagliato, bene e male. Ci sono solo persone.
Golda Meir vorrebbe godersi la vecchiaia nel tepore del suo giardino,
ma è costretta a prendere decisioni difficilissime. Avner
vorrebbe stare con la moglie e la figlioletta appena nata, ma
deve completare la sua missione. Il giovane terrorista vorrebbe
farsi una famiglia e lavorare in pace, ma deve combattere per
il futuro del suo popolo. E tutti loro sanno che le loro azioni
e i loro sacrifici saranno probabilmente vani, ma nello stesso
tempo non si tirano indietro, perché devono farlo, perché
non vedono vie alternative. Figure tragiche e quasi nobili nel
loro senso del dovere, nobiltà che per contrasto rende
ancora più sconvolgente la spietatezza con cui portano
a termine gli atti più efferati.
Il film è pervaso da questa sensazione di ineluttabilità,
tutti vorrebbero fare altro, ma “devono” ordinare
bombardamenti, pianificare attentati, uccidere senza pietà.
Nonostante la loro umanità e le aspirazioni di pace, sono
tutti invischiati in questa spirale d’odio, in questo circolo
vizioso in cui vendetta chiama vendetta, in un’escalation
senza fine di rivalse e di violenza.
Avner dopo un iniziale entusiasmo si rende ben presto conto che
la sua missione è inutile, che in risposta ai suoi omicidi
mirati, gli attentati dei terroristi si moltiplicano, che le persone
che uccide vengono rapidamente sostituite ai vertici delle organizzazioni
terroristiche da persone ancora più violente e sanguinarie.
Capisce che la sua missione non porterà pace e sicurezza
al suo paese e alla sua famiglia. Ma prosegue, perché ha
una missione, perché non vede altre vie, altri modi di
trattare il problema.
Ecco perché parlavo di pessimismo che pervade il film di
Spielberg. Nonostante il regista ci mostri una visione rosea della
natura umana, in cui anche spie e terroristi sono brave persone,
fondamentalmente buoni, tolleranti e pronti al dialogo, nello
stesso tempo li pone in una strada senza uscite, in cui l’unica
opzione è la violenza.
Spielberg fornisce poche sicurezze in questa pellicola, si pone
(e fa porre allo spettatore) tante domande, ma non fornisce nessuna
risposta. Perché forse non ce ne sono. E il “no”
finale, sullo sfondo delle torri gemelle ancora integre (il film
si svolge negli anni ’70) è gravido di oscuri presagi
e di ulteriori promesse di tragedie.
Un film da non perdere. Coinvolgente ed emozionante, ben recitato,
intenso e mozzafiato.
Mario
Colasuonno