Dieci
anni dopo il suo (pallido) esordio cinematografico, arriva
il sequel delle avventure dello stralunato personaggio comico-televisivo
inventato nei primi anni ’90 dall’attore inglese
Rowan Atkinson. Stavolta Mr. Bean se ne va a far danni in
Francia, avendo vinto un viaggio premio alla lotteria della
sua parrocchia. Gli incidenti, con vittima sé stesso
ed anche gli altri, si sprecano finendo per fargli fare da
tutore al figlio undicenne di un regista famoso invitato a
Cannes e sostituirsi a lui al celebre Festival del Cinema,
imperversando tra divi e registi sulla croisette.
A differenza del primo film, questo sequel è più
vicino alle dinamiche ed alle atmosfere degli episodi televisivi,
con tempi comici ristrettissimi, una maggiore fluidità
narrativa ed anche un maggior numero di gags, più studiate
ed esilaranti di quelle di “Mr. Bean: l’ultima
catastrofe”.
Inoltre Atkinsons recupera l’essenza infantile e cattivella
del suo personaggio, cercando al tempo stesso di evolvere
la sua comicità spostandone l’equilibrio causale:
così le azioni di Mr. Bean non sono più reattive
a seconda di determinate situazioni, ma –pur mantenendo
le devastanti caratteristiche consequenziali- diventano fonte
scatenante degli eventi del film, le cui conseguenze sono
poi subite tanto da lui quanto da chi gli è intorno.
Il risultato finale di questo sequel però non è
francamente esaltante, anzi, risulta abbastanza altalenante;
se da un lato ci sono momenti molto riusciti che strappano
più di una risata (soprattutto gli ultimi 20 minuti),
dall’altro le scenette non hanno più la freschezza
del passato ed il film è fortemente penalizzato sia
dall’origine televisiva che dalla caratterizzazione
del personaggio stesso: gags, smorfie e deformazioni fisiche
che funzionano benissimo in una comica di una decina di minuti,
in un film di un’ora e mezza mostrano invece ben presto
la corda, specie se la trama si rivela nient’altro che
un esile canovaccio per giustificare i momenti comici scatenati
dalla devastante goffaggine del protagonista.
MR. BEAN’S HOLIDAY, quindi, pur con alcune rilevanti
migliorie rispetto al precedente capitolo cinematografico,
sconta ancora una volta i pregi ed i difetti del passaggio
dal piccolo al grande schermo: da un lato propone una comicità
candida e non volgare, dall’altro però essa risulta
ripetitiva e fine a sé stessa, irresistibile nelle
brevi distanze ma noiosa ed eccessiva in quelle lunghe. Rowan
Atkinson è un ottimo caratterista, titolare di una
studiatissima comicità fisica, ma non è un genio
e le sue trovate non possono riempire da sole il vuoto narrativo
di una storia che è solo una lunga sequela di incidenti,
equivoci, ed espedienti assurdi, penalizzata anche dal fatto
che il protagonista non parla praticamente mai (nel film dice
solo un “oui” e “gracias”, oltre a
qualche bofonchio), cosa -ripetiamo- passabile in uno short
televisivo, ma in un lungometraggio provoca quasi una sensazione
di straniamento nello spettatore. L’apporto del regista
Steve Bendelack, vecchia volpe della tv britannica e collaboratore
di Atkinson di lunga data, contribuisce comunque ad alzare
il livello del film riuscendo ad esaltare nella maniera giusta
(per montaggio ed inquadrature) le invenzioni comiche del
protagonista, ma alla fine MR. BEAN’S HOLIDAY si rivela
un film infantile che divertirà più i bambini
che gli adulti. Un risultato che, tenendo conto della mancanza
assoluta di volgarità, può essere anche positivo.
Paolo
Pugliese