Siamo
alla fine degli anni ’60 ed Elliot Theichberg vorrebbe
aiutare i genitori che, a causa dei debiti, rischiano di perdere
il loro motel. Il ragazzo viene a sapere che gli organizzatori
di un concerto Rock sono alla ricerca di una base logistica
per la manifestazione e, pressato dalle scadenze, li contatta
offrendo sia il motel di famiglia sia il campo incolto di
un suo vicino.
La famiglia di Elliot ha quindi l’occasione di saldare
i propri debitori e fare anche nuovi guadagni, ma la manifestazione
che si preparano ad ospitare sarà destinata a cambiare
la loro vita, visto che si tratta del mitico Woodstock,
il più grande concerto di musica Rock della storia:
tre giorni di pace e di musica, con mezzo milione di persone
che intervenne per sentire artisti del calibro di Jimi Hendrix,
Janis Joplin, Santana, Who, Joan Baez, Still Nash and Young,
Joe Cocker...
Il
poliedrico Ang Lee non la smette di meravigliarci nel rinnovare
il suo modo di fare cinema, esplorando generi e tematiche
sempre nuove e diverse tra loro; dopo i cowboy gay del bellissimo
I Segreti di Brokeback Mountain, gli epici scontri
di La Tigre ed il Dragone, le atmosfere vittoriane
di Ragione e Sentimento ed i supereroi di Hulk,
il regista di origini orientali racconta la vita di Elliot
Tiber, militante omosessuale che nel 1969 fornì al
mitico concerto di Woodstock la sede operativa offrendo
agli organizzatori il piccolo albergo dei genitori, contribuendo
così alla nascita di un evento storico del XX°
secolo.
Lee ricostruisce eventi realmente accaduti stravolgendone
alcuni elementi come l’ambientazione e scegliendo un
timbro narrativo di commedia, genere a cui ritorna dopo molti
anni, realizzando un film “minore” rispetto ai
suoi standard, ma pervaso da una nostalgia ironica e brillante
per gli anni ’60, arricchita da un’ottima ricostruzione
d’epoca.
La
sceneggiatura del fidato James Schamus (Hulk, La Tigre
e il Dragone, Cavalcando col Diavolo) offre al regista
materiale narrativo esile, ma fortemente evocativo, permeato
da una lucida ingenuità –oggi superata, ma
efficace manifesto di quegli anni- e da elementi di commedia
che rendono scanzonata l’operazione biografica; il concerto
in sé, gli artisti che vi suonarono, le migliaia di
giovani e gli eccessi di alcol, sesso e droga non ci vengono
mostrati, concentrandosi unicamente sul "dietro le quinte",
sulla preparazione dell'evento attraverso le figure di Elliot
e dei suoi genitori che fungono anche da testimoni/narratori
dell’arrivo degli hippies e del loro scontro cultural-generazionale
con gli ebrei repubblicani residenti nella zona.
Come detto prima, il film è pregno di uno spirito nostalgico
e positivo per un frammento d’epoca che, insieme ad
un buon ritmo narrativo ed un’esposizione garbata e
pulita, rendono questo film abbastanza riuscito, nonostante
una superficialità di forma ed alcune stonature quali
una rievocazione a tratti bozzettistica ed un marcato buonismo,
anche nella critica agli aspetti commerciali e cinici dell'evento
musicale.
Ottimo
il cast, dallo sconosciuto protagonista Demetri Martin agli
emergenti Emile Hirsch e Liev Schreiber (quest’ultimo
coraggiosamente infilato nei panni del travestito Wilma, veterano
della guerra in Corea) fino a caratteristi convinecenti
come Jeffrey Dean Morgan, Henry Goodman, Imelda Staunton ed
Eugene Levy.
Marco
Valerio