Su
una piccola stazione mineraria lunare, il cui equipaggio è
composto da un solo uomo, l’astronauta Sam Bell si appresta
a terminare il suo lungo turno di lavoro e tornare sulla terra
dalla moglie e dalla figlioletta. Mancano appena due settimane
alla partenza, dopo tre anni passati in semi-solitudine, con
la sola compagnia del computer di bordo Gerty e gli hobbies
di curare le piante e scolpire casette di legno. Ma un incidente
dovuto ad una distrazione porterà Sam a confrontarsi
con una verità inaspettata sul suo lavoro, trovandosi
in una situazione apparentemente senza via di uscita…
Moon
è l'opera prima di Duncan Jones, giovane e talentuoso
figlio del "Duca Bianco" David Bowie che, saggiamente,
non usa il cognome ingombrante del padre e realizza un asciutto
e convincente thriller sci-fi indirizzato soprattutto agli
appassionati di quella fantascienza cinematografica adulta
e di autore che nel 2001 Odissea nello Spazio di
Stanley Kubrick trova il suo caposaldo.
E Kubrick costituisce sicuramente una grande fonte di ispirazione
per il giovane regista, il quale scrive e dirige una storia
permeata da una forte componente psicoanalitica sulla solitudine
ed il rapporto con sé stessi che cattura l’attenzione
dello spettatore fin dai primi momenti, con uno sviluppo imprevedibile
legato ad un mistero all'interno della stazione lunare.
La
pellicola, nonostante abbia un budget molto contenuto, vanta
uno staff tecnico giovane e preparato, con buone scenografie
ed effetti speciali; ma è soprattutto nello sviluppo
narrativo e nella regia che Moon ha i suoi punti
di forza, con Jones che dimostra un’ottima padronanza
tecnica della cinepresa ed uno stile introspettivo e d'atmosfera
che riesce a dare alla vicenda fantascientifica un inusuale
spessore adulto e decadente.
Altro pregio della pellicola è il protagonista, l’ancora
poco conosciuto (nonostante una filmografia di tutto rispetto)
Sam Rockwell, il quale è bravissimo nel modulare i
vari aspetti di un essere umano calato in una situazione di
profondo isolamento psicologico, reggendo quasi da solo tutta
la scena con una performance interpretativa molto attenta
ai particolari e ricca di sfumature.
Riuscendo a sfruttare bene pochi elementi concettuali e narrativi,
questo film si preannuncia come un piccolo capolavoro, uno
psico-dramma claustrofobico e thrilling con influenze incrociate
da Solaris (l'originale, di Tarkovskij),
2001, Atmosfera Zero, La Seconda Odissea e Blade
Runner, che vengono assimilate ed evolute, trovando alla
fine una propria, originale strada.
Paolo
Pugliese