Il
giovane Temujin è figlio del khan della sua tribù,
suo padre viene avvelenato da un nemico e lui si trova a dover
combattere per conservare la sua vita… tutto questo
a soli nove anni. La sua storia si dipana attraverso gli anni
e in questo lungo frammento ci viene mostrata la sua fuga,
la schiavitù, il matrimonio con la sposa scelta a nove
anni Borte e, infine, la ragione ultima per cui ricordiamo
l’intera sua vita: l’unificazione delle tribù
mongole sotto un’unica legge ed un unico condottiero,
il leggendario Gengis Khan.
La leggenda vuole che Gengis Khan abbia avuto una vita assai
avventurosa e che il fine ultimo delle sue traversie fosse
quello di unificare le tribù mongole sotto un’unica
legge, cancellando quelle ostili alla sua tribù natale
dalla faccia della terra. La storia ci dice che ci è
riuscito, quello che non sappiamo con precisione è
come egli abbia fatto e questo film si propone di colmare
la lacuna.
La prospettiva è ovviamente quella filo-mongola e se
in occidente la visione che abbiamo di questo condottiero
non è proprio lusinghiera, dal momento che prevalgono
i racconti della sua crudeltà e dei massacri operati
ai danni delle tribù ostili alla sua, dal versante
asiatico ci giunge una storia epica sul valore del guerriero
che è riuscito nell’ardua impresa di creare un
impero.
Dall’età
di soli nove anni Temujin, il futuro Khan, deve combattere
per la sua vita, i nemici di suo padre e quelli che aspirano
a prenderne il posto lo tengono in prigionia. Dopo che riesce
a scappare ed a raggiungere la sposa promessa, questa gli
sarà sottratta, e lui stesso sarà ridotto in
fin di vita. Ancora dopo aver chiesto l’aiuto del fratello
Jamulka ed essere riuscito a scendere in guerra per salvare
la sua sposa, Temujin si trova di nuovo a dover scappare,
stavolta dal suo stesso fratello per una faccenda di guerrieri
e cavalli sottratti. E via così per tutta la durata
della storia, che in maniera assai avvincente ci porta a scoprire
le tracce della futura nazione mongola nella volontà
di un giovane e forte guerriero.
Con l’intento di raccontare al meglio la storia reale
dietro il mito, la sceneggiatura integra le informazioni storiche
presenti nel testo “La storia segreta dei Mongoli”,
poema risalente a pochi anni dopo la morte del sovrano, con
quelle tratte dal libro “La leggenda della freccia nera”,
scritto dallo storico russo Lev Gumilev. In parte grazie a
questo presupposto il film risulta molto avvincente, la storia
rapisce per intensità e la rappresentazione si divide
tra narrazione cruda e poesia. Le distese immense della steppa
ricreate in Cina, Kazakistan e Mongolia, rendono affascinante
un racconto che si distingue per i tratti epici che soli evidenziano
il forte carattere attribuito al condottiero.
Tutto
il racconto viene mostrato con semplicità e la struttura
della narrazione è visivamente assai ben congegnata,
le scene dei combattimenti hanno un realismo molto crudo che
ha una sua ragion d’essere nella realtà dell’epoca
storica cui si riferiscono i fatti. Nel XII e nel XIII secolo
si combatteva a cavallo con armi da taglio, con archi e frecce,
e fortunatamente niente di quello che vediamo ci sembra eccessivo,
nè diluito a favore di uno stravolgimento del racconto
in senso hollywoodiano. Le scene epiche ed il carattere forte
del protagonista, rendono veloci lo scorrere del tempo che,
senza neanche un cedimento ci accompagna per due ore di sanguinosi
combattimenti, tradimenti pagati amaramente e innovativi schieramenti
in battaglia.
La figura del protagonista non è mostrata come avventurosa
ed invincibile nello stile cui siamo abituati dal cinema americano,
ma, come da mitologia orientale, è caratterizzata dalla
capacità di aspettare e colpire al momento giusto,
con la celebrazione dell’astuzia come tratto vincente
contro la forza bruta tanto cara ai racconti di oltreoceano.
I due protagonisti Honglei Sun e Tadanobu Asano regalano spessore
ai contendenti, che spiccano nel clamore delle spade ed emergono
come figure epiche, tanto per il contesto che per l’intensità
della recitazione.
La regia magicamente riproduce in maniera convincente la storia
ed il mito, fornendo una cornice assai appropriata al racconto
misurato di una storia che non conosceremo mai davvero.
Anna
Maria Pelella