In
un futuro molto prossimo, ogni persona vive isolata dagli
altri ed interagisce con l’esterno tramite “surrogati”,
ovvero androidi sofisticatissimi con le loro sembianze, collegati
mentalmente ai padroni ed in grado di fare qualsiasi cosa
di un essere umano escludendo gli aspetti negativi come morire,
ammalarsi, stancarsi e provare dolore. Ma dopo 15 anni in
cui non erano avvenuti delitti, qualcuno comincia ad eliminare
sistematicamente “i surrogati”, causando anche
la morte degli umani che li guidano. L’agente dell'FBI
Greer (Bruce Willis) si ritrova per le mani il caso più
difficile della sua carriera e, quando il suo alter ego elettronico
viene gravemente danneggiato, è costretto per la prima
volta dopo anni ad uscire dalla propria abitazione ed indagare
di persona sul caso, scoprendo una cospirazione segreta su
larga scala.
Dopo
“Il Quinto Elemento” e “L’Esercito
delle 12 Scimmie”, Bruce Willis compie la sua terza
incursione nel cinema di fantascienza con questo thriller
fanta-poliziesco ben diretto da Jonathan Mostow (“Terminator
3”, “U-571”). Il film è la trasposizione
cinematografica dell’omonima miniserie a fumetti della
Top Shelf Comix, adattata dalla coppia di sceneggiatori Michael
Ferris e John Brancato, autori degli script di “Terminator
Salvation”, “Terminator 3”, “Catwoman”,
“Primeval” e “The Net”.
Il confronto con un altro film sugli schermi in questi giorni
che tratta lo stesso argomento (surrogati artificiali
di esseri umani), ovvero il kolossal “Avatar”,
è già perso in partenza e non solo per una questione
di budget, ma soprattutto per le fragili ed artificiose basi
narrative di una sceneggiatura mediocre firmata da due scrittori
quali Ferris & Brancato, tanto prolifici e specializzati
in pellicole action-thrilling quanto incapaci di
dare sostanza drammaturgica alle loro storie nonché
spessore psicologico ai personaggi.
Alla luce di ciò, i limiti del passaggio di un fumetto
sul grande schermo ci sono tutti, con una scialba operazione
di freddo adattamento che ne stempera le tematiche, compreso
un finale consolatorio rispetto a quello amaro della graphic
novel, a causa dei compromessi di essere una produzione targata
Disney.
Da
un punto di vista visivo, la regia di Mostow è tecnicamente
valida e fortemente illustrativa, ma “Il Mondo dei Replicanti”
finisce per essere involontariamente una pellicola vintage
anni ’90, non solo ripercorrendo con esiti qualitativi
più poveri le tematiche di film come “Io, Robot”
e “Blade Runner” (assonanza suggerita anche
dal solito, facile titolo italiano), ma proponendo anche
un modo di fare cinema d’azione superato e poco moderno,
artefatto e fintamente rassicurante.
Il pubblico non si beve più la favola che tornerà
tutto a posto dopo che il protagonista avrà fatto il
proprio dovere: mancano le zone d’ombra ed il conflitto
causa-conseguenza che altrimenti renderebbero questa pellicola
intrigante e coinvolgente; manca soprattutto l’ambizione
di lasciare negli spettatori una traccia a livello di contenuti
e riflessioni. Ed è un peccato, perché la storia
contiene molti spunti interessanti che meritavano di essere
approfonditi più di una semplice citazione: il nuovo
tipo di società virtuale, il rapporto di identità
umani-surrogati, l’edonismo delle persone ed il fatto
che i surrogati altro non sono che una versione futura dei
tanti profili virtuali che si trovano in rete, su siti come
Facebook o le varie chatline.
Idee
intriganti che però non vengono sviluppate, preferendo
invece uno svolgimento abbastanza convenzionale e povero nella
propria struttura narrativa, con pochi effetti speciali e
poche sequenze d’azione, tutte visibili già nel
trailer.
Schierando come protagonista un Bruce Willis appannato ed
ai minimi sindacali per presenza scenica, “Il Mondo
dei Replicanti” si accontenta di essere una pellicola
d’intrattenimento che intrattiene senza infamia e senza
lode.
Marco
Valerio