Dopo
tante Missioni Impossibili, l’agente segreto Ethan Hunt
ha deciso di vivere una vita più tranquilla ed, in vista
delle nozze con Julia (una giovane dottoressa che ignora assolutamente
quale sia il suo vero lavoro), è diventato da tempo
addestratore di giovani reclute. Quando però la sua migliore
allieva viene catturata mentre spiava Owen Davian, un trafficante
d’armi potentissimo e senza scrupoli, Ethan torna in azione
in una missione di recupero ma non riesce a salvare la ragazza,
vittima dell’uomo d’affari. Decide allora di catturare
Davian, il quale sta concludendo la vendita di una potentissima
arma batteriologica chiamata “Zampa di Lepre”. Ma
dopo aver portato a termine la missione con un audace rapimento
nelle mura del Vaticano, scopre a sue spese che il trafficante
è protetto dai suoi stessi superiori, i quali lo fanno
fuggire. Hunt si troverà ad essere il bersaglio della vendetta
di Davian che catturerà Julia obbligandolo a recuperare
per lui la “Zampa di Lepre” con solo 48 ore di tempo
per farlo.
Ci sbilanciamo subito nel dire che questo terzo atto di “Mission:
Impossible” si rivela essere, forse, il migliore episodio
della trilogia: un film molto ricco dal punto di vista narrativo
con elementi quali una storia di spionaggio, un intrigo internazionale,
una corsa a tempo arricchita da una trama d’amore e di vendetta,
che riescono ben ad amalgamarsi l’uno con l’altro
in un unico intreccio non banale e che riserva molti sviluppi
e colpi di scena. Non parliamo certo di un capolavoro ma, come
blockbuster d’azione, questo MISSION: IMPOSSIBLE 3 fa sicuramente
divertire il pubblico molto di più dei precedenti due episodi:
a differenza di quest’ultimi, infatti, il film ha una narrazione
più robusta ed attenta ai particolari (finalmente si
vede bene –ad esempio- la realizzazione delle famose maschere),
con un ritmo narrativo elevato grazie ad un montaggio serrato
che garantisce la suspense; inoltre ha delle scene d’azione
ben congegnate e spettacolari ma che al tempo stesso non sono
né gratuite né eccessive. Da questo punto di vista
il regista Abrams ha voluto una maggiore adesione alla realtà,
impostando le varie sequenze senza quell’esasperazione visiva
che caratterizzava il secondo episodio diretto da John Woo.
Qui
si cerca di avere un approccio visivo più realistico, con
il protagonista Hunt/Cruise più umano e meno invincibile,
capace di fare cose inaudite ma anche con i suoi limiti: non più
insomma il supereroe capace di sparare da una moto che ruota su
sé stessa ad alta velocità e su una sola ruota,
centrando i suoi bersagli e provocando gli sbuffi degli spettatori
come accadeva nel superficiale ed eccessivo “Mission: Impossible
2”.
In questo film, inoltre, l’attenzione è incentrata
più sulla sostanza che sulla forma ovvero su trama e protagonisti,
rendendo il personaggio di Tom Cruise non più il fulcro
centrale della storia ma uno degli elementi di un film quasi corale:
merito di tutto questo va sicuramente a J.J. Abrams, regista e
sceneggiatore del film fortemente voluto da Cruise, arrivato al
cinema dalla televisione e considerato da molti un genio avendo
creato serie televisive di culto come “Alias” e soprattutto
“Lost”.
In questo film si ride anche, strizzando l’occhio un paio
di volte allo spettatore (come la battuta di uno dei protagonisti
sull’ennesima prodezza fatta da Hunt, rivolta direttamente
al pubblico) con una dose d’ironia che non guasta e che
mancava nei due precedenti episodi ma, tra le righe, MISSION:
IMPOSSIBLE 3 mostra anche una certa critica nei confronti della
politica americana sulla guerra preventiva e sul suo intervento
come garante di pace nel mondo. Il film ha poi l’ulteriore
pregio di un doppio finale atipico che, senza essere eccessivamente
spettacolare, è carico di tensione dove, per una volta,
è l’eroe ad essere fuori gioco potendo contare solo
sulla sua donna che, da ostaggio, diventa in maniera disperata
la sua protettrice.
Tra le pecche del film c’è un inizio traballante
e poco convincente, preceduto da un’anticipazione flashforward
del suo stesso finale prima dei titoli di testa: un’ idea
un pò gratuita e dal sapore molto televisivo che tradisce
il background del regista. La dimensione televisiva ritorna ancora
quando il film dedica spazio alla vita privata del protagonista
affrontando l’argomento del difficile connubio tra un lavoro
pericoloso ed un rapporto sentimentale, ma se Abrams da un lato
riesce a dare al film una certa fluidità narrativa, dall’altro
affronta l’introspezione dei personaggi didascalicamente
e con enfasi emotiva da serial televisivo.
Inoltre,
nella seconda parte, la storia sbanda un bel pò a causa
del poco tempo a disposizione per raccontare i tanti nodi narrativi,
finendo per sorvolare su molte cose come, ad esempio, il furto
della “Zampa di Lepre” tagliato con un escamotage
introspettivo nei confronti dei colleghi di Hunt. Pollice in basso,
infine, nei confronti di Tom Cruise che recita male (ridicola
la sua imitazione dell’italiano medio) e con una gamma poverissima
di espressioni; decisamente meglio di lui fa il collega Philip
Seymour Hoffman (premio Oscar per “Capote”) che, nonostante
lo spazio limitato a sua disposizione, tratteggia senza eccedere
un “cattivo” molto credibile e non stereotipato. Positive
anche le prove dei co-protagonisti Ving Rhames (spalla comica
davvero atipica) e la bella Michelle Monaghan alla quale è
affidata la risoluzione del film e che appare anche estremamente
credibile nel ruolo di una donna terrorizzata da quello che le
sta succedendo ma pronta a tutto per difendere il suo uomo.
Tutto
sommato, i pregi di quest’ultima Missione Impossibile sono
superiori ai suoi difetti ed il prodotto finale è un discreto
film d’intrattenimento girato anche con un certo stile che
cerca di evitare banali e forsennati ritmi da videoclip.
Paolo
Pugliese