Come
il senso di colpa può cambiare un uomo, e quale potrebbe
diventare la strada della sua redenzione: sembra essere questo
il nucleo dell'ultimo film prodotto da George Clooney, di
cui è anche l'attore presumibilmente protagonista.
Sì, perchè non è facile capire su chi
focalizzare l'attenzione, se sull'"uomo delle pulizie"
Michael Clayton o se sul suo amico e collega Arthur Edens,
avvocato difensore di una multinazionale colpevole di star
commercializzando un prodotto cancerogeno. Un uomo sull'orlo
di una crisi di nervi, provato dai recenti trascorsi familiari.
E' breve il passo verso il compimento di un gesto folle, una
pazzia che però non è che la scorza di un meccanismo
di espiazione del malessere. Arthur esce dagli schemi del
proprio inquadramento professionale, travalicando il comune
senso del pudore, seguendo una sorta di vocazione, incamminandosi
verso una liberazione.
Una
sofferenza che viene mostrata con generosa intensità,
una scelta che costringe però Clooney e il suo Clayton
a sembrare poco più di un comprimario per buona parte
della pellicola. Colpa anche di una costruzione pretenziosa
che nella sua laboriosità rischia di affossare il tutto,
a causa di un flashback che ricopre buona parte della durata,
una fase interminabile che si sofferma troppo sui cavilli
legali di un sistema che ha perduto da tempo il senso dall'etica.
Si
puntano i riflettori sullo squallore di una professione in
cui troppo spesso il fine giustifica i mezzi, in cui il cinismo
e la freddezza si rivelano gli strumenti più utili.
Dove la carriera viene prima di tutto, nonostante il buon
senso, nonostante le nevrosi quotidiane. Un mondo in cui non
c'è spazio per sognatori folli come Arthur Edens, divenuto
scomodo anche e soprattutto per coloro che lo avevano assoldato.
Nonostante
la cura registica di alcune sequenze, “MICHAEL CLAYTON”
patisce i traumi di una sceneggiatura logorroica, imbastita
su dialoghi fatti di belle, ma comunque troppe parole. Non
rimane che un thriller a sfondo legale senza i crismi del
thriller, privo del giusto ritmo se non nelle battute finali.
Si consideri anche un George Clooney poco espressivo, intrappolato
all'interno di un narrato tortuoso che si concentra più
sul contorno che sulla sua stella di punta.
Simone
Celli