Max
Payne è il protagonista di una fortunata serie di videogiochi
prodotta dalla softerhouse Rockstar North a partire dal 2001,
di genere TPS (Third Person Shooter), ovvero uno
sparatutto in terza persona con effetti speciali come il BulletTime
di “Matrix”, in cui l’azione va al rallentatore
ed i proiettili fendono l’aria.
La trama del gioco è molto simile a quella di un romanzo
"Noir", con il cammino di un poliziotto che si trasforma
in un giustiziere. Max è un agente di un distretto
di Polizia della città di New York ed una sera, tornato
a casa, scopre che la sua famiglia è stata massacrata
da un gruppo di criminali sotto l'effetto di una nuova droga
sintetica, la Valchirya. Entrato nella DEA, inizia una missione
sotto copertura al fine di scovare chi è al vertice
del commercio di questa potentissima droga, smettendo ben
presto di seguire l'etica professionale dell'agente ed iniziare
una sua vendetta personale nei confronti del crimine che lo
porterà ad allearsi con la spietata Mona Sax ed essere
inseguito dai suoi stessi colleghi.
Grazie
alla regia esperta di John Moore (“Behind Enemy Lines”,
“The Omen”, “Flight of the Phoenix”),
il film non soffre troppo della sua genesi videoludica, presentandosi
con un’intrigante (per quanto già vista)
ambientazione urbana notturna e piovosa. Visivamente claustrofobico
e cupo (un plauso al tecnico della fotografia Jonathan
Sela), il film rimanda per atmosfere e narrazione ad
horror sulfurei come “The Omen” e “Constantine”,
ma si rifà anche al cinema Noir degli anni ’40
mixato a quello poliziesco degli anni ’70, il tutto
arricchito con una connotazione post-Cyberpunk.
“Max Payne” riesce quindi ad essere sia una fedele
trasposizione di un videogioco, sia un film poliziesco-horror
godibile da parte del pubblico non appassionato di videogames.
Non tutte le ciambelle riescono con il buco, però.
La
scelta del cast è innanzitutto poco felice: Mark Wahlberg
potrebbe funzionare come caratterista o co-protagonista, ma
come attore principale non riesce a reggere il peso di un
intero film a causa della sua scarsa espressività;
non brillano per presenza scenica neanche gli altri interpreti
(Mila Kunis, Beau Bridges, Olga Kurylenko, Donal Logue,
Chris O'Donnell) che non danno sostanza ai loro personaggi
all’interno della vicenda.
E parlando della trama si registrano i difetti più
gravi: nonostante elementi non originalissimi (il poliziotto
anti-eroe, il percorso di vendetta, il tradimento), la
trama presentava un’ambiziosa struttura narrativa drammatica
ed intimista, ma purtroppo si smarrisce ben presto attorcigliandosi
su sé stessa tra sparatorie, visioni arcane e coreografie
varie (una su tutte la capriola di Max sparando con il
fucile). Se gli intenti di mescolare l’action contemporaneo
al noir classico sono degni di nota (anche se era stato
già fatto con “Sin City”), totalmente
da bocciare è la sceneggiatura, dallo sviluppo banale
e fiacco, che perde progressivamente coerenza narrativa in
favore dell’aspetto estetico-visivo del film al quale
viene dato eccessiva attenzione dagli autori.
Marco
Valerio