Il
tuttofare Robert Rodriguez firma sceneggiatura, produzione
e co-regia di “Machete”, un action movie demenziale
ispirato al finto-trailer realizzato da lui stesso per il
progetto “Grindhouse” (“Planet Terror”
e “A Prova di Morte”), insieme al collega Quentin
Tarantino.
Il film, diretto da Ethan Maniquis (“Behind Enemy Lines
2”), ha per protagonista l’attore caratterista
messicano Danny Trejo (“Con Air”, “Desperado”),
che interpreta un ex-agente federale in fuga per il Messico
dopo essersi scontrato con gli uomini dello spietato narcotrafficante
Torrez (Steven Segal). Esperto in armi da fuoco e da taglio,
viene avvicinato dall’uomo d’affari Michael Benz
(Jeff Fahey) che gli offre l’incarico di assassinare
il senatore McLaughlin (Robert de Niro), un politico corrotto
e razzista; mentre è appostato per uccidere il senatore,
viene tradito da Benz che tenta di usarlo come capro espiatorio.
Sopravvissuto alla morte ed anche alla cattura delle autorità,
Machete perseguirà non solo una vendetta inesorabile
nei confronti di Benz, ma agirà anche contro il senatore
McLaughlin e il suo braccio armato, l’agente Stillman
(Don Johnson), mentre alle sue costole c’è il
boss Torrez. Nel corso della sua crociata Machete avrà
tre importanti alleati: il prete Padre Benito del Toro (Cheech
Marin), con un debole per i fucili a pompa, l’agente
speciale anti-immigrazione Sartana (Jessica Alba) e la rivoluzionaria
Luz (Michelle Rodriguez).
Nobilitato
da un cast di volti noti, “Machete” insegue allegramente
le atmosfere dei B-Movies americani di genere Pulp degli anni
’70, con un gioco di rimandi, citazioni ed humor nero
e grottesco. Ma, come dice il detto, il gioco è bello
quando dura poco e il film mostra subito la corda, con tutti
i pesanti limiti derivanti dalla sua stessa natura di divertissement
personale del regista-produttore Rodriguez. Il quale si diverte
molto nel suo gioco cinematografico, perseguendo un’estetica
dell’eccesso stilistico finto-povero, dell’esagerazione
visiva e della caratterizzazione di personaggi in bilico tra
il machismo degli anni ’80 e il grottesco dei cartoni
animati di Tex Avery. Nonostante i suoi estimatori, il pubblico
finisce per divertirsi un po’ meno di Rodriguez, subendo
una storia giocata tutta sull’aspetto visivo che nasconde
però una sceneggiatura orgogliosamente vuota e monocorde,
nonostante qualche sasso lanciato nello stagno a proposito
dell’immigrazione clandestina messicana e della connivenza
americana sul traffico di esseri umani alla frontiera.
Il
film è dunque un prodotto d’intrattenimento volutamente
rozzo e gratuito nella sua impostazione grottesca, ultra-violenta
e sopra le righe, che tradisce anche una certa ripetitività
di generi e tematiche usati da Rodriguez nel corso degli anni,
a partire dalla sua opera prima “El Mariachi”
e continuando con “Desperado”, “Sin City”,
“C’era una Volta in Messico” e “Planet
Terror”.
Sul fronte attori, se fa un po’ impressione vedere una
star della stazza di De Niro barcamenarsi tranquillo in questo
film, per non parlare della storica immobilità interpretativa
di un imbolsito Steven Segal, d’altra parte la faccia
da Navajo tagliata col coltello del protagonista Danny Trejo
merita una certa considerazione, così come l’ironico
riciclo dell’ex-star teenager Lindsey Lohan nel ruolo
di una figlia sociopatica con un debole per il sesso, le pistole
e gli abiti da suora, che finisce per surclassare (non apertamente
per propri meriti, ma per lacune altrui) le sgallettate Jessica
Alba e Michelle Rodriguez.
Marco
Valerio