Shanghai,
1942. Wong Chia Chi è abbandonata dal padre all’inizio
dell’occupazione giapponese durante la seconda guerra
mondiale. All’università incontra Kuang Yu Min,
uno studente che ha messo in piedi una compagnia teatrale
col segreto scopo di risvegliare la coscienza politica dei
cinesi. Ne rimane affascinata e prende parte alle rappresentazioni.
Il tutto nasconde un’attività di resistenza al
governo fantoccio e lei decide di partecipare ad un’azione
lavorando come esca per assassinare un potente collaborazionista,
il signor Yee. L’azione si sposta ad Hong Kong, con
la giovane donna che diviene amica della moglie di Yee, entrando
così in contatto con lui. Ma la faccenda le sfugge
presto di mano, Yee è un uomo ambiguo ed affascinante,
e contro ogni previsione i due vivranno un pericoloso coinvolgimento
destinato a sfociare in tragedia.
Ang
Lee è innanzitutto un abilissimo regista e in questo
intenso spaccato della situazione politica della Cina durante
i primi anni ‘40 ci offre un opera di raro equilibrio
stilistico. Lo spettatore apprezzerà in primo luogo
il fatto che il regista abbia scelto di non manipolarne i
sentimenti attraverso il facile ricorso al melodramma, nonché
lo stile asciutto ed efficace, che sopra ogni cosa è
l’elemento che contraddistingue quest’opera.
Wong Chia Chi è un’ingenua idealista, del genere
di cui è pieno il mondo, che a volte finiscono con
l’essere manipolate da interessi ed ideali più
grandi e spesso nascosti. La sua reazione di fronte al male,
rappresentato da un fascinosissimo collaborazionista -un Tony
Leung davvero superlativo- è quella di confondersi
e cedere al cuore, proprio quando il cuore avrebbe dovuto
battere per il suo paese, lei sceglie di seguirne i palpiti
che la portano verso chi il paese lo tradisce e finirà
per questo col pagare un prezzo enorme. Il signor Yee è
la parte di noi che non solo cede alle più oscure pulsioni
distruttive ma, invece di nasconderlo, ne fa una bandiera
e si veste quindi del fascino di un’ambiguità,
la quale finisce per mascherare anche i tratti essenziali
della sua personalità che già da soli avrebbero
dovuto mettere in allarme chi gli si avvicina.
La
maestria di Ang Lee è tutta nella rappresentazione
del coinvolgimento, affettivo e sessuale che prende sottilmente
il controllo della situazione e dell’intera storia.
Così come la povera Wong Chia Chi, anche lo spettatore
sarà vittima del fascino di quello che sin dall’inizio
è indicato come un personaggio negativo, ma che presto
scopriremo solo ed appassionato come e più di chi gli
dà la caccia. Il tutto è raccontato senza troppi
fronzoli, né inutili spiegazioni, nello stile pulito
e didascalico che è il marchio di fabbrica di certo
cinema autoriale che ormai travalica ampiamente le barriere
culturali.
Il regista sfrutta ogni possibile appiglio e ci mostra il
nascere dell’intimità tra i due, attraverso l’iniziale
aspetto famelico di un rapporto destinato a divenire altro,
a discapito e contro ogni previsione o volontà degli
stessi protagonisti. Lo scambio dialettico è ridotto
al minimo, quello che conta è l’atmosfera tesa
a sottolineare l’assoluta mancanza di confine tra quelli
che si vorrebbero opposti punti di vista e visioni del mondo.
I due protagonisti sono rappresentanti di poli realmente opposti
solo sulla carta, ma che nella vita di tutti i giorni confinano
talmente l’uno nell’altro da rendere impossibile
ogni discriminazione o reale attribuzione di responsabilità.
Il racconto diviene così un pretesto per mostrare le
ragioni dei vincitori come quelle dei vinti, senza alcun reale
giudizio morale, se non quello che sottolinea la pericolosità
delle passioni, politiche o sentimentali, conta poco. L’uso
magistrale della mdp rende la lunghezza del film solo un dettaglio,
altro è il sentimento di assoluto rapimento di fronte
alle scenografie ed i costumi, bellissime le prime e incantevoli
i secondi. Mentre una colonna sonora coinvolgente e nello
stesso tempo assolutamente non invasiva, sottolinea con passione
i dettagli ed esalta l’equilibrio di un’opera
per molti versi perfetta.
Un Leone d’Oro a Venezia 2007 assolutamente meritato,
anche se dato in barba alle resistenze di critici ormai talmente
assuefatti ai drammoni paratelevisivi di produzione nostrana,
da non cogliere il nuovo che avanza dall’Asia e che
a momenti ci travolge.
Anna
Maria Pelella