Il
vecchio adagio racconta che le vecchie abitudini sono dure
a morire e Mitchell (Colin Farrell), dopo 3 anni in prigione
per aggressione aggravata, non ha nessun intenzione di farsi
coinvolgere dai vecchi amici del giro: stavolta vuole restare
pulito, alla larga da affari sporchi, ad ogni costo! E’
così che inizia il film di William Monaghan in cui
intrecci pericolosi tra soldi, donne e potere, metteranno
la vita dei protagonisti in forte rischio. Ambientato in una
Londra la cui fotografia è costituita da ambienti cupi,
segnati da una forte ansia, il personaggio di Mitchell è
costantemente sotto pressione: in passato ha commesso degli
sbagli, ma in carcere ha imparato (forse) a dominare il suo
lato più aggressivo e distruttivo, e ora sta cercando
di fare solo ciò che è meglio per lui e per
la sorella, Briony, dal forte temperamento trasgressivo ed
autodistruttivo. Non si aspetta molto dalla vita, vuole mantenersi
estraneo da pericolose compagnie e dal suo migliore amico
Billy (Ben Chaplin): sa che questi aspetta solo un passo falso
per trascinarlo di nuovo in scorribande a base di droga e
risse con le bande rivali. La salvezza all’improvviso
giunge con Charlotte (Keira Knightley), una giovane star del
cinema che ha deciso di rimanere isolata in casa per evitare
ogni possibile intrusione di paparazzi e sciacalli nella sua
vita privata: sarà Mitchell il suo unico contatto con
una realtà lontana. Dall’incontro tra due anime
disperate entrambi cambiano: Charlotte mitiga l’atteggiamento
di Mitchell, spingendolo verso la dolcezza e l’amore,
mentre questi infonde nella ragazza insicura e timorosa più
fiducia in se stessa. Un cammino comune in cui impareranno
che il futuro va affrontato a testa alta: combattere per se
stessi, dimostrare al mondo il proprio coraggio e l’audacia.
Anche se si ha paura si deve guardare avanti perché
gli sciacalli saranno sempre lì fuori in attesa di
una nostra caduta, e vivere sulla difensiva significherà
solo dar loro partita vinta.
Due
attori che qui rendono al meglio le loro diversità:
se lei è dal corpo minuto, e un viso pallido che parla
attraverso i silenzi, le sue espressioni sofferte, e il proprio
richiudersi a riccio, Farrell è perfetto nell’alternare
momenti di diplomazia ad atteggiamenti aggressivi. Se minacciato
diventa teso come una corda di violino, concentrato fino al
limite per mantenere il controllo, e per non ricadere preda
dello schifo ingoiato in passato durante le scorribande col
collega Billy. Questi, un istrionico Ben Chaplin che meriterebbe
miglior fama, si dimostra marcio fino al midollo, arrivando
alle estreme conseguenze. Egli sa, nel profondo, che una volta
intrapresa una strada costellata di furti e crudeltà
è inutile cercare di tornare indietro: il sentiero
è stata percorso, e la vita è ormai segnata.
Un film che si discosta dai soliti thriller in cui si cercano
prove e responsabili del reato: qui le nostre pedine sono
già sulla scacchiera. Sopravvivere è solo questione
di mosse intelligenti e precise: una partita che non garantisce
solo una inaspettata fortuna ma anche il diritto ad una vita
dignitosa e onesta.
“London Boulevard” segna l’esordio come
regista dello sceneggiatore William Monahan (“The Departed”,
“Nessuna Verità”), che confeziona una crime
story melodrammatica, in parte introspettiva ed in parte d’atmosfera,
con una Londra postmoderna e impietosa che fa da sfondo ad
un sottobosco criminale londinese, dove devi saperti conquistare
una possibilità di riscatto allontanandoti da un destino
già scritto, ma sopravvivendo tanto ad amici ambigui
quanto a boss criminali omo affettivi e ragazzini di borgata.
Il film riesce a convincere, nonostante non presenti materiale
originale, preso in prestito da altre pellicole, con una regia
lineare e dall’impostazione pulita e senza sbavature
che sa mantenere la tensione narrativa grazie ad un ritmo
incalzante, anche se finisce per disperdere diversi buoni
spunti che avrebbero contribuito ad un risultato più
alto.
Alessandro
Cristofaro