Quando
la piccola Olive supera le selezioni del concorso di bellezza
Piccola Miss California, tutta la famiglia Hoover
decide di andare in California per accompagnarla alla finale.
Gli Hoover sono una famiglia a dir poco particolare: il padre,
Richard, è un nevrotico motivatore new age del mondo
del lavoro destinato a continui fallimenti; la madre Sheryl
è il fulcro “buonista” (anche troppo) della
famiglia e fa enormi sforzi per mantenerla unita; poi c’è
lo zio Frank (fratello di Sheryl) che è un professore
universitario esperto di Marcel Proust, ma anche un gay amareggiato
che ha tentato il suicidio per amore di uno studente; il nonno,
invece, nonostante l’età avanzata è un
erotomane che molesta indefessamente le donne, legge riviste
porno ed è stato appena cacciato dalla casa di riposo
perché sorpreso a consumare droga; infine c’è
il fratello maggiore di Olive, seguace delle teorie di Nietzsche,
che ha fatto voto di silenzio fino a quando non entrerà
nell’accademia di aeronautica militare.
Le
caratterizzazioni dei singoli membri della famiglia bastano
ed avanzano per creare una serie di dinamiche interrelazionali
esilaranti, ma “Little Miss Sunshine” è
un film che non intende limitarsi solo ad essere una commedia,
bensì andare oltre e fornire anche una serie di riflessioni
tra il cinico ed il satirico sull’intera società
americana e sulla sua tipica ossessione per il successo, la
televisione ed i concorsi di bellezza. In questo senso, il
viaggio fino in California -costellato da ostacoli- che la
famiglia intraprende a bordo di un pulmino scassato della
Volkswagen (esilaranti le scene di soste e partenze o i problemi
con frizione e clacson) sarà soprattutto un percorso
di analisi, di confronto e di crescita emotiva per tutti i
membri della famiglia.
I
due coniugi registi Jonathan Dayton & Valerie Faris dirigono
una bella commedia agro-dolce che al tempo stesso è
anche un road-movie di formazione, “tradendo”
il loro percorso formativo di autori di videoclip da Mtv in
favore di una narrazione introspettiva che racconta, attraverso
le peripezie degli Hoover, l’America di ieri e di oggi.
Il loro è davvero un ottimo esordio: il film è
estremamente divertente, le caratterizzazioni comiche e le
gags verbali e fisiche abbondano, ma al tempo stesso il tragicomico
non scivola nella farsa, anzi, vengono raccontati i rapporti
interpersonali tra gli Hoover non solo con ironia, ma anche
con una certa grazia e naturalezza che li rende personaggi
reali, vivi.
Interessante
e naturale, da questo punto di vista, anche l’evoluzione
dei singoli membri della famiglia, chiusi all’inizio
nelle loro nevrosi e poi, man mano che il viaggio prosegue,
costretti a fare i conti con la vita ed i problemi dell’uno
e dell’altro, fino a rinsaldare il legame familiare
aiutandosi a vicenda. Non tutte le ciambelle, purtroppo, riescono
con il buco, visto che il film ha delle ottime premesse e
sviluppi, ma non riesce ad equilibrare perfettamente i momenti
comici con quelli introspettivi, cadendo nell’epilogo
su una carica moralistica che stona francamente con il resto
del film.
Ma si può perdonare questo in virtù dei tanti
pregi del film compreso l’agghiacciante concorso Little
Miss Sunshine a cui Olive partecipa: agghiacciante perché
si vedono sfilare sul palco bambine truccate ed atteggiate
da donne adulte e sexy ed il grottesco nasce dal fatto che
il concorso è autentico; la coppia di registi si è
limitata a filmarlo senza commenti, lasciando qualsiasi considerazione
su edonismo, desiderio di successo e fenomenologia trash americana
al pubblico.
Molto bella la colonna sonora e davvero straordinari, espressivi
ed affiatati gli interpreti del cast: Greg Kinnear (era il
gay in “Qualcosa è cambiato”) e Toni Collette
(la sorella giudiziosa in “In Her Shoes”) sono
due attori estremamente duttili e credibili nel ruolo dei
genitori di Olive; Steve Carell, reduce dal successo di “40
Anni Vergine”, ci regala una caratterizzazione profonda
e malinconica del suo personaggio, interpretato in maniera
pulita e senza manierismi o eccessi caricaturali; irresistibile,
poi Alan Arkin, che delinea in maniera caustica ed esilarante
la figura del nonno satiro; infine, estremamente naturale
e deliziosa la piccola ed occhialuta Abigail Breslin nel ruolo
di Olive.
Concludendo,
“Little Miss Sunshine” è una riflessione
fulminante e cinica sulla filosofia di rifiuto dei perdenti
in America: uno di quei piccoli, deliziosi film che appartengono
allo sparuto, ma vitale mondo del cinema d’autore americano.
Un film che sta passando ingiustamente inosservato nelle sale
italiane a causa di una mediocre distribuzione, nonostante
abbia trionfato al Sydney Film Festival 2006 e sia stato campione
d’incassi in USA grazie al passaparola tra gli spettatori.
Ed è un peccato, perché commedie agro-dolci
come questa riappacificano il pubblico con il cinema americano,
capace di sfornare parallelamente ai soliti blockbusters e
commediacce banali, anche prodotti asciutti ed indipendenti
che riescono a trasmettere molto al pubblico.
Paolo
Pugliese