Eddie
Morra (Bradley Cooper) è un romanziere fricchettone,
autodistruttivo e dal mestiere incerto, affetto da una cronica
crisi creativa mentre sta lavorando al suo nuovo libro. La
sua vita cambia improvvisamente quando il suo ex-cognato gli
fa scoprire il NZT, un nuovo farmaco rivoluzionario e illegale
che gli permette di stimolare le sue sinapsi ed aumentare
al massimo le proprie capacità intellettive. La pillola
gli amplifica le percezioni sensoriali, la sua creatività
e determinazione, oltre a dargli accesso ad un’inimmaginabile
mole di dati memorizzati. Finché è sotto l’effetto
del farmaco, infatti, Eddie riesce a ricordare tutto ciò
che ha mai letto o sentito ed ad imparare qualsiasi argomento
o anche lingua in pochissimo tempo: dopo aver scritto il suo
libro in soli quattro giorni, comincia a giocare in Borsa
arricchendosi con incredibili mosse finanziarie. Diventa un
mediatore al servizio del magnate della finanza Carl Van Loon
(Robert De Niro), ma su più bello, la vita di Eddie
entra in una spirale molto pericolosa, a causa dei pesanti
effetti collaterali del farmaco, ma anche di persone che farebbero
qualsiasi cosa pur di impadronirsi del suo rifornimento di
NZT.
“Limitless”
è una parabola fantascientifica sul tema del “Self
made man”, un classico della cultura sociale americana.
Il potere della volontà, l’apprendimento e l’auto
miglioramento sono le tre virtù alla base del successo
nella meritocrazia statunitense, che qui vengono garantite
e facilitate dall’uso di una droga sintetica: l’idea
del film in sé non è male né tantomeno
gratuita, prestandosi ad una riflessione antropologica e paradossale
non solo sul clima di spietata competizione nel mercato del
lavoro in America, ma anche sullo stress, sull’uso di
sostanze stupefacenti da parte di gente di successo e soprattutto
su dove si può spingere un uomo per arrivare ai suoi
traguardi. Non a caso la traduzione del titolo è “senza
limiti”, rivelando un’apologia (a)morale incentrata
sul ritratto sardonico dei meccanismi della scalata professionale
raccontati tante e tante volte nei film americani: da perdente
a vincitore, dalle stelle alle stalle, da scrittore a manager
e da politico a presidente, in una sequela di compromessi,
furbizie e cinismo.
Se
le riflessioni concettuali sono degne di note, altrettanto
non lo è l’impianto narrativo del film tendente
progressivamente al thriller d’azione, dove varie intuizioni
sociologiche vengono usate in maniera facilona e superficiale.
Man mano che la trama evolve, il suo livello di credibilità
scende vertiginosamente, rivelando vari buchi logici nella
sceneggiatura, incentrata totalmente sull’uso miracoloso
del farmaco cerebrale e su tutte le sue variazioni di applicazione.
Allo sceneggiatore Leslie Dixon va il merito di aver arricchito
una trama fin troppo lineare inserendo elementi narrativi
di criminalità e di congiura, ma gli sviluppi legati
alle conseguenze dell’ingerimento del farmaco e dell’ambizione
del protagonista sono raccontati con poca introspezione ed
eccessiva sintesi per risultare credibili; ciò si evince
soprattutto nel duplice finale, con l’artificiosa ed
irreale resa dei conti prima con il mafioso armeno (e la terribile
idea del sangue…), poi con l’autoritario uomo
d’affari interpretato da De Niro.
Il film comunque funziona, risultando avvincente nei suoi
sviluppi e nella sua ambiguità morale, con vari effetti
speciali che colmano i vuoti della sceneggiatura, visualizzando
gli effetti della droga in maniera sensazionalistica ma efficace.
Sul fronte interpretativo, il lanciatissimo Bradley Cooper
è un protagonista poco incisivo, abbastanza immobile
a livello espressivo, mentre Robert De Niro dà lustro
con il suo nome al cast senza però aggiungere alcun
rilevante apporto al film, con un’interpretazione appannata
che conferma il suo declino come attore di serie A.
Paolo
Pugliese