LETTERE DA IWO JIMA

Titolo Originale: Letters from Iwo Jima
Genere: Storico, Bellico
Regia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: Iris Yamashita
Cast: Ken Watanabe, Hiroshi Watanabe, Kazunari Ninomiya, Shido Nakamura, Tsuyoshi Ihara, Ryo Kase, Yuki Matsuzaki
Colonna Sonora: Kyle Eastwood & Michael Stevens
Produzione: Amblin Entertainment, DreamWorks SKG, Malpaso Productions, Warner Bros. Pictures
Paese d’origine: USA - 2007
Durata: 140 minuti

 

Dopo “Flags Of Our Fathers”, LETTERE DA IWO JIMA è la seconda parte del monumentale progetto storico ideato e diretto dal premio Oscar Clint Eastwood con l'intenzione di ricostruire gli eventi della famosa battaglia dell’isola di Iwo Jima avvenuta il 19 Febbraio del 1945: ricordiamo che l’isola aveva un’importanza strategica per gli USA che da lì potevano facilmente bombardare il Giappone e la battaglia terminò il 26 Marzo, con 7000 soldati americani caduti mentre ben 21.800 soldati giapponesi morirono rifiutando una resa e portando avanti una strenua e coraggiosa resistenza. La battaglia è stata anche immortalata dal famoso monumento a Washington con sei marines che issano sul campo di battaglia la bandiera americana. Eastwood ha voluto raccontare il fatto storico in una duplice maniera: dal punto di vista degli americani e poi da quello dei giapponesi, come le rispettive facce di una stessa moneta che compongono un unico corpus narrativo, raccontato da fronti opposti.
LETTERE DA IWO JIMA, girato in lingua nipponica e basato sulle diverse centinaia di lettere che i soldati giapponesi mandarono alle rispettive famiglie, racconta gli sforzi ed i sacrifici di uomini trattati in maniera disumana dai superiori ed impegnati in uno scontro impossibile per numero inferiore rispetto a quello dei nemici. Soldati che furono letteralmente mandati a morire (20.000 giapponesi contro 70.000 americani), combattendo senza alcun supporto o successivo rinforzo, ma che, portando avanti una tattica da guerriglia basata sull’uso di bunker e tunnel scavati sottoterra, riuscirono ad opporsi a lungo ai marines americani fino ad essere completamente annientati. Il film ha un cast giapponese su cui svetta la star orientale Ken Watanabe (al suo quarto film americano dopo “L’Ultimo samurai”, “Batman Begins” e “Memorie di una Geisha”) nel ruolo del generale Tadamichi Kuribayashi: scelto personalmente dall’imperatore Hiroito per difendere l’isola, inventò la geniale strategia difensiva con cui tenne testa all’offensiva americana, ma non riuscendo a bloccare l’avanzata nemica, Kuribayashi decise una “morte onorevole” suicidandosi secondo il proprio codice d’onore “Bushido”.
Encomiabile operazione storiografica, quella di Eastwood, che in questo film si rivela ancor più riuscita rispetto a “Flags Of Our Fathers”, con una narrazione robusta, vera e struggente.
La regia si rivela sobria ed empatica, priva di inutili virtuosismi, con una matrice appassionata ed indagatrice. Bellissima poi la fotografia, dai toni pallidi e crudi che si fanno più accesi nelle sequenze di battaglia, contribuendo alla superiorità estetica di questo film rispetto a “Flags Of Our Fathers”.
Il timbro narrativo di LETTERE DA IWO JIMA è profondamente umano ed antimilitarista, raccontando i fatti e scavando nell’animo dei personaggi: la prima parte è infatti un lungo ritratto psicologico dei protagonisti, che si preparano metodicamente e moralmente alla battaglia, la quale arriva a metà film. Ottimi i protagonisti, tutti orientali, specie Ken Watanabe che si dimostra un attore di grande talento e carisma, titolare di un’interpretazione giocata su corde moto sottili, contrapposta alla sincera caratterizzazione del giovane Kazunari Ninomiya, nel ruolo del giovane soldato Saigo che vorrebbe tornare a casa dalla moglie: due personaggi il cui confronto porta alla luce la dicotomia tra i sentimenti dell’essere umano e la logica/dovere del soldato.
Concludendo, sembra che Eastwood abbia riservato la maggior parte della sua attenzione e sensibilità nel cercare di rappresentare e far capire al pubblico l’etica ed il senso dell’onore dei soldati giapponesi, figli di una cultura millenaria che imponeva l’estremo sacrificio piuttosto che arrendersi, ma non per questo scevri da paura, rimpianto ed attaccamento disperato alla vita. Il colossale affresco di Eastwood non parla di “nemici” o di “cattivi”, ma illustra uomini che combattono su fronti diversi, andando oltre gli stereotipi e facendoci penetrare nella loro umana natura.

Paolo Pugliese