LE TRE SEPOLTURE

Titolo Originale: The Three Burials Of Melquiades Estrada
Genere: Drammatico
Regia: Tommy Lee Jones
Sceneggiatura: Guillermo Arriaga
Cast: Tommy Lee Jones, Barry Pepper, Melissa Leo, Julio Cesar Cedillo
Colonna Sonora: Marco Beltrami
Produzione: Tommy Lee Jones, Luc Besson, Michael Fitzgerald
Paese d’origine: USA - 2005
Durata: 115 minuti

 

Nel deserto al confine tra Texas e Messico, dove la polizia di frontiera vigila sulle incursioni di clandestini messicani che tentano di entrare negli USA, viene ritrovato il corpo del contadino messicano Melquiades Estrada, ucciso e seppellito dal suo stesso assassino. Le autorità intendono insabbiare il caso, ma il migliore amico del contadino, l’anziano cowboy Pete (Tommy Lee Jones), è deciso ad indagare sulla sua morte e fare giustizia: non ci metterà molto a scoprire che il suo amico è stato ucciso per errore dalla giovane ed inesperta guardia di frontiera Mike Norton (Barry Pepper). Pete sequestra il poliziotto e lo costringe a viaggiare con lui nel deserto messicano per dare giusta (nonché terza) sepoltura al corpo dell’amico, nel suo lontano villaggio d’origine. Durante il viaggio forzato, i due uomini saranno inseguiti dalle guardie di frontiera che –paradossalmente- dovranno per una volta fermare non chi entra clandestinamente negli USA ma chi ne esce.

Film dalla sceneggiatura perfetta e ricca di sfumature, firmata dall’autore di “31 Grammi” Guillermo Arriaga, “Le Tre Sepolture” segna l’esordio come regista da parte dell’attore Tommy Lee Jones: un esordio quantomai felice e sorprendente. Il film è un malinconico western post-moderno, con una storia “on the road” ambientata in un luogo selvaggio e naturale come il deserto e che propone la storia di un uomo, Pete, che appartiene ad un mondo in via di estinzione dove forti valori umani (oggi un po’ sottovalutati) come il codice d’onore, l’amicizia tra gli uomini (al di là delle razze) e le promesse da mantenere hanno ancora un valore, da perseguire ad ogni costo.
Ed è proprio la forte amicizia virile nonché la promessa fatta a Pete al defunto di sotterrarlo nel suo paese natio a muovere l’intera vicenda, in un’impostazione narrativa assolutamente non retorica come potrebbe invece sembrare.

Ricordando un po’ il cinema di un grande autore come Sam Pechinpah (e viene alla memoria uno dei suoi capolavori meno conosciuti come “Voglio la Testa di Garcia”), il film di Jones ha una narrazione tesa e robusta, senza virtuosismi di cinepresa a favore della focalizzazione di personaggi e storia, lungo la quale gli scontri di personalità dei protagonisti ed il deserto messicano riempiono la scena.
Il film ha una prima parte basata sull’introduzione dei suoi personaggi con una narrazione descrittiva tortuosa ed un montaggio sincopato fatto di flashback temporali; nel secondo tempo, invece, la storia prosegue in un unico snodo narrativo e lineare, arricchito da atmosfere rarefatte ed interiori e con sfumature metaforiche.
Da antologia, infine, il volto duro e marcato di Tommy Lee Jones i cui lineamenti segnati dal tempo esprimono dolore e malinconia per un mondo (ed anche un tipo di cinema) che si sta lentamente ed inesorabilmente estinguendo.


Paolo Pugliese