Una
famigliola composta da padre autoritario (ex-poliziotto),
madre, figlia maggiore con marito pacato, nipotina in fasce,
due figli adolescenti e due cani, stanno attraversando in
roulotte il deserto per arrivare in California onde trascorrere
le vacanze. Dirottati su una strada isolata e senza uscita
da un benzinaio carogna (dalla coscienza sporca, ma con i
sensi di colpa), la famigliola finisce nelle grinfie di una
comunità di minatori deformi ed antropofagi, affetti
da mutazioni genetiche a causa dei vari esperimenti nucleari
compiuti dall’esercito americano tra gli anni ’40
e ’60. Nascondendosi in un villaggio fantasma, i mutanti
cannibali assaltano chiunque passi per il loro territorio,
ma avranno vita dura con la famigliola: massacrati senza pietà
per due terzi, gli scampati al primo assalto reagiranno con
disperazione massacrando a loro volta gli aggressori.
LE COLLINE HANNO GLI OCCHI è il moderno remake dell’omonimo
cult-horror di Wes Craven (il papà di Freddy Krueger)
del 1974 e, per alcuni versi, di livello addirittura superiore
all’originale. Il film è diretto da un nuovo,
formidabile talento del cinema horror quale il francese Alexandre
Aja, alla sua seconda regia dopo lo spiazzante “Alta
Tensione”. Il film ha un primo tempo di impostazione,
dove non accade niente di eclatante salvo introdurre gli elementi
della storia per poi pigiare a tavoletta sul pedale della
tensione e del gore nel secondo tempo, con la lotta di sopravvivenza
tra umani e mutanti. Tra gli elementi positivi del film, ci
sono sicuramente un’impostazione dei personaggi più
accurata del solito rispetto ai normali horror (a dispetto
degli interpreti un pò anonimi), per non parlare -tra
le righe della storia- di un tono di critica alla politica
nucleare degli USA ed anche un interessante parallelismo tra
la tipica famiglia americana timorata di Dio e la loro antitesi
mostruosa: fatte le dovute proporzioni, i minatori cannibali
sono anch’essi una famiglia (padri e figli), tra l’altro
organizzatissima per assaltare gli ignari viaggiatori che
si trovano a passare dalle loro parti.
Intrigante
anche il giocare –da parte di sceneggiatori e regista-
con alcuni cliché del cinema horror degli anni ’70,
che vengono smontati e rimontati come -ad esempio- l’utilizzo
dei cani, spesso nei film inutili o massacrati: qui invece
diventano uno strumento non irrilevante di lotta e vendetta.
E vendetta è anche quella che porta avanti il personaggio
del giovane genero che, da pacato e sottomesso, diventa a
causa degli eventi una sorta di angelo sterminatore che catarticamente
finisce per superare in ferocia gli aggressori; qui il divertimento
consiste soprattutto nel vedere come il personaggio riesca
a sopravvivere nonostante i pronostici sfavorevoli del pubblico:
una sopravvivenza che sorprende gli spettatori poiché
tutto sommato poco credibile (e quindi spiazzante), visto
il suo fisico mingherlino (rispetto alla forza dei mutanti)
e le botte e le ferite che riceve.
Nonostante il regista riesca ad approfondire diversi aspetti
della storia e dare al film un clima di torrida tensione e
minaccia, LE COLLINE HANNO GLI OCCHI sconta però il
fatto di non essere un prodotto originale, ma il remake di
uno di quei film che trent’anni fa hanno funto da modello
di riferimento per migliaia di altre pellicole horror, le
quali hanno metabolizzato tutte le idee e le invenzioni visive
dell'originale. Il remake quindi finisce per scorrere via
senza lasciare traccia, come uno dei tanti horror che spaventano
sul momento, ma che poi vengono dimenticati facilmente. Aja
è abbastanza bravo nella costruzione delle scene e
delle inquadrature, ma alla fine non fa altro che rielaborare
elementi ed archetipi da cinema horror senza inventarsi sostanzialmente
nulla di nuovo; questo remake, seppur fatto bene, non ha niente
di diverso o di originale da tanti altri film di genere, compreso
il finale aperto con minaccia non ancora debellata. In attesa,
naturalmente, del prossimo ed immancabile sequel.
Paolo
Pugliese