Arriva
con gli sconti della programmazione estiva di fine stagione
questo fanta-horror di produzione mista anglo-americana e
regia italiana. Lo Ian Stone del titolo è un tizio
a cui capita ciclicamente di morire (praticamente ogni
giorno), aggredito da ombre sinistre armate di lame arcuate,
risvegliandosi poi come se niente fosse, o quasi: perché
Ian si ritrova ogni volta in una realtà quotidiana
diversa dalla precedente. La regola è che non dovrebbe
ricordare, ma quando inizia a rammentare le sue passate esistenze,
inizia per lui un incubo, rappresentato dalle ombre sovrannaturali
di cui sopra interessate ad ucciderlo e spostare la sua vita
giorno dopo giorno per azzerargli definitivamente la memoria.
Preceduta
da vari premi e menzioni d’onore ricevuti a misconosciuti
festival di genere, “Le Morti di Ian Stone” è
una favola horror la cui morale poco allegra è "vivi
come se dovessi morire oggi", con uno sviluppo a
mosaico all'inizio intrigante, ma che poi collassa quando
la trama comincia a dare spiegazioni sul perché ed
il percome, arrivando alla rivelazione finale intuibile dal
pubblico già a metà film.
Per il pubblico, la rivelazione è soprattutto trovarsi
di fronte ad un mediocrissimo film d’intrattenimento,
con una sceneggiatura macchinosa senza né capo né
coda, dialoghi insulsi e NON una, ma una, idea originale alla
sua base. Tra i concetti della trama ci sono infatti ampi
saccheggi ad altri film: in ordine abbiamo riconosciuto la
ciclicità esistenziale della commedia “Ricomincio
da capo”, l’ineluttabilità della morte
di “Final Destination”, l’amore che rende
umani gli angeli in “Il Cielo sopra Berlino”,
oppure i macchinari di tortura del franchising di “Saw”,
le braccia a lama prese dal T-1000 di “Terminator 2”,
la realtà fittizia, i vestiti e gli occhialetti di
“Matrix”, perfino il look di Eddie, il morto vivente
mascotte del gruppo musicale Iron Maiden.
Insomma,
un’accozzaglia di scopiazzature costruite con poca sostanza
per dar loro una parvenza di storia, unita ad una modesta
quantità di splatter ed un ritmo da videoclip. L’unico
punto di forza di questo film è la regia esteticamente
ricercata e per ¾ efficace (salvo crollare anch’essa
nella ridicola resa dei conti finale) a cura dell’italiano
Dario Piana, talentuoso ex-regista di videoclip italiano scomparso
da tempo dalle scene dopo la sua opera prima “Sotto
il Vestito Niente 2” di vent’anni fa circa.
Paolo
Pugliese