IL LABIRINTO DEL FAUNO

Titolo Originale: Pan’s Labirinth/El Laberinto del Fauno
Genere: Drammatico/Fantasy
Regia: Guillermo Del Toro
Sceneggiatura: Guillermo Del Toro
Cast: Ivana Baquero, Doug Jones, Maribel Verdú, Ariadna Gil, Sergi Lopez
Colonna Sonora: Javier Navarrete
Produzione: Warner Bros., Tequila Gang, Esperanto Filmoj, Estudios Piccaso, OMM, Sententia Entertainment, Telecinco
Paese d’origine: Spagna/USA/Messico
Durata: 68 minuti

 

Nella Spagna del 1944, dopo la fine della guerra civile, Ofelia è una ragazzina la cui madre sposa un capitano dell’esercito franchista e va ad abitare a casa dell’uomo, in una zona rurale del Nord del paese dove è allestito anche un campo-base militare. Il padre putativo di Ofelia si rivela ben presto un uomo sadico e crudele, intenzionato come ufficiale ad eliminare gli ultimi rivoltosi nascosti nei boschi. Per sfuggire ad una realtà in cui non si trova affatto bene, la bambina comincia ad esplorare le rovine di un antico labirinto di pietra che sorge nei dintorni della casa, creandosi un proprio mondo di fantasia popolato da creature magiche e soprattutto da un Fauno, ambiguo guardiano del labirinto che le rivela un destino fatato affidandole tre importanti e difficili compiti...

Film visivamente affascinante e tetro, IL LABIRINTO DEL FAUNO è un fantasy d’autore fortemente allegorico in cui una realtà segnata da dolore e guerra viene trasfigurata dalla fantasia di una bambina. Del Toro, come anche per il suo precedente “La Spina nel Diavolo”, è attento sia alla caratterizzazione intima dei personaggi sia nel miscelare elementi fantastici con elementi realistici, narrando una storia di iniziazione che ricorda la favola di “Alice nel Paese delle Meraviglie” con due mondi paralleli a confronto: uno, fatato ed immaginato dalla bambina, che convive e poi si allinea con l’altro, quello reale (e brutale) della guerra civile. Del Toro è molto bravo a trasfigurare la realtà, dando corpo alle fantasie della piccola protagonista, ma forse si fa prendere troppo dal lato visionario della storia per dare corpo coerentemente anche al mondo reale, di cui –lodevole intenzione- intendeva illustrare la violenza e la sopraffazione umana attraverso esecuzioni sommarie e torture sullo sfondo del devastante regime militar-fascista del generale Franco. L’operazione riesce a metà, con un interessante parallelismo allegorico tra fantasia e realtà che si configura anche nel rapporto tra buio e luce, innocenza e crudeltà, fede e razionalità, ma la storia finisce per piegarsi più sul lato fantasy che su quello di ricostruzione e critica storica.

Questa operazione era riuscita di più ne “La Spina del Diavolo”, ma qui, anche a causa di una sceneggiatura dallo svolgimento non equilibrato, la cornice storica appare scontata ed un pò forzata. Al di là di questo, comunque, la fiaba gotica di Del Toro convince molto grazie all’estro ed all’eleganza dello stile visivo del regista, regalandoci un’atmosfera surreale che prende spunto dai quadri di Goya e di Rackham, con l’ulteriore pregio di mescolare effetti speciali digitali insieme a trucchi e make-up “vecchia maniera” (come l’animatronic, i pupazzi meccanici) decisamente accattivanti e surrealisti. Oltre agli effetti speciali che comprendono anche creature dal look impressionante, il film ha una bella fotografia che, con uno stemperamento cromatico delle immagini, dà un fascino volutamente retrò (tipo vecchia pellicola in Technicolor) al film.

Marco Valerio