Girato
addirittura nel 2001, arriva anche da noi con eccessivo ed
inscusabile ritardo LA SPINA DEL DIAVOLO, horror originale
diretto da un regista dall’indubbio talento visivo come
Guillermo del Toro, autore di successi cinematografici come
i fumettosi “Blade II” ed “Hellboy”.
Il film propone una storia di fantasmi ambientata in un vecchio
orfanotrofio nel 1939, ai tempi della Guerra Civile Spagnola.
Il protagonista è Carlos, un bambino di dieci anni
i cui genitori sono stati uccisi e che è costretto
a soggiornare nell’istituto; l’atmosfera non è
certamente delle migliori, con l’edificio lugubre e
cadente, gli altri ragazzini che lo prendono di mira ed il
personale che si occupa degli orfani non proprio adatto alla
cura dei bambini...ma la situazione è destinata a peggiorare
con il rivelarsi della presenza di un fantasma: lo spettro
di un bimbo che entra in contatto con Carlos per annunciare
la morte degli altri bambini vivi.
LA SPINA DEL DIAVOLO è, per storia e concezione, un
horror atipico, o meglio, un fantasy-horror con una struttura
narrativa molto intimista ed attenta ai dettagli ed ai personaggi.
Il film si rivela come un prodotto suggestivo, ricco di sfumature
e metafore (sulla guerra e sulla solitudine, ad esempio),
con un’atmosfera claustrofobica e di isolamento davvero
inquietante all’interno dell’orfanotrofio: quest’ultimo
assume la duplice valenza di luogo di protezione dagli orrori
della guerra ma al tempo stesso anche prigione lontana da
tutto il resto del mondo. Nonostante lo stile del regista
non sia ancora pienamente definito rispetto alle sue opere
seguenti, del Toro riesce a convincere il pubblico con un’opera
personale non convenzionale, ma che comunque se da un lato
non rinuncia agli elementi tipici del cinema horror, dall’altro
si arricchisce anche di valenze politiche, oniriche ed inerenti
la moralità umana e l’infanzia rubata dalla guerra.
Il
film contiene molte belle intuizioni suggestive, come ad esempio:
la fotografia dai toni impastati, la scarsa differenza tra
il chiuso e l’aperto dell’orfanotrofio, l’idea
della caccia al tesoro fusa con la ghost story, il paesaggio
semidesertico intorno all’istituto o altri elementi
come l’ombra del fantasma o la bomba inesplosa precipitata
nel cortile, che suggerisce quasi un senso di fallacità
ed ineluttabilità della vita dal sapore decisamente
onirico. Il film è ben lungi dall’essere perfetto,
con una sceneggiatura intricata che rischia una sovrapposizione
eccessiva di eventi, ma che viene “salvata” da
una regia fluida che riesce a centellinare e dosare i vari
elementi narrativi con equilibrio tra i toni di favola nera,
l’horror d’atmosfera e la cronaca storica. Sicuramente,
uno dei film migliori al cinema ora.
Marco
Valerio