La
tranquillità del regno di Re Hrothgar viene messa a
repentaglio dalle scorribande notturne del demone Grendel.
A sventare la minaccia ci pensano l'avventuriero Beowulf e
la sua chiassosa ciurma. L'"eroe" sbarca in Danimarca,
uccide il mostro e viene proclamato successore al trono. Ma
i guai continuano soprattutto dopo la sua incoronazione, quando
si ritrova a dover fronteggiare un nuovo pericolo che egli
stesso ha contribuito a creare.
Il
potere come condanna, la colpa come fardello di cui liberarsi,
come maledizione da esorcizzare. La Leggenda di Beowulf pesca
tra i miti scandinavi, riproponendo una storia di peccato
ed espiazione, facendo perno su quella ciclica conflittualità
tra padre e figlio che è tanto cara all'immaginario
americano, ma che evidentemente rappresenta una costante antropologica
capace di travalicare ogni incasellamento culturale. L'essenza
del poema originale viene però tradita tanto nel contenuto
quanto nella forma, soprattutto a causa di uno script svogliato
che ha poca voglia di raccontare.
L'attenzione finisce così per focalizzarsi sulla componente
estetica di questo ambizioso progetto, il quale si mostra
come un colossale cartoon computerizzato che aiuta l'animazione
a sdoganarsi dai luoghi comuni di chi la vorrebbe come un
semplice strumento di narrazione per bambini, a cui è
permesso osare soltanto per mezzo di quel cinico sarcasmo
tipico di alcune serie cult d'oltreoceano. Di ironica, “La
leggenda di Beowulf” non ha che la sua sporadica goliardia
da osteria. Per il resto, la sua "maturità"
va ricercata nella scenicità aggressiva e nell'allusività
destinata a un pubblico già svezzato. Un ripetuto ammiccare
dalle inflessioni misogine, che fa dell'adulterio un atto
mai troppo grave, anche in funzione di una virilità
coatta che finisce per enfatizzare il lato borioso dell'essere
eroi. A partire dallo stesso Beowulf, paladino sanguinario
avvezzo a squallide autocelebrazioni. Più che un prode,
un wrestler. Un protagonista spaccone che fa da specchio all'approccio
generale di tutta la produzione, in cui la posa conta più
della caratterizzazione, la scena più dell'argomentazione,
l'impatto visivo più della contiguità tra causa
ed effetto. E senza neppure ottenere risultati memorabili:
all'accuratezza di certe sequenze si accompagnano volti talvolta
statici e movimenti non sempre fluidi. Pecche di un certo
peso, per una pellicola che, piuttosto, avrebbe voluto sfondare
la comune percezione della spettacolarità, come dimostra
la scelta delle proiezioni in 3d.
E'
il segno che i miracoli della computer graphic non possano
già essere finiti. Nonostante gli enormi progressi,
tecniche come il performing capture mostrano ancora il fianco
di fronte alle potenzialità drammaturgiche degli attori
in carne e ossa. Non basta assoldare un cast rinomato per
rubargli fisionomia e movenze: Angelina Jolie, Anthony Hopkins
e John Malkovich sono tuttora più bravi e credibili
dal vivo. Per loro fortuna.
Simone
Celli