LA LEGGENDA DI BEOWULF

Titolo Originale: Beowulf
Genere: Animazione/Fantasy
Regia: Robert Zemekis
Sceneggiatura: Neil Gaiman e Roger Avary
Cast: Ray Winstone, Robin Wright Penn, Angelina Jolie, Anthony Hopkins, John Malkovich
Colonna Sonora: Alan Silvestri
Produzione: Warner Bros
Paese d’origine: USA - 2007
Durata: 114 minuti

 

La tranquillità del regno di Re Hrothgar viene messa a repentaglio dalle scorribande notturne del demone Grendel. A sventare la minaccia ci pensano l'avventuriero Beowulf e la sua chiassosa ciurma. L'"eroe" sbarca in Danimarca, uccide il mostro e viene proclamato successore al trono. Ma i guai continuano soprattutto dopo la sua incoronazione, quando si ritrova a dover fronteggiare un nuovo pericolo che egli stesso ha contribuito a creare.

Il potere come condanna, la colpa come fardello di cui liberarsi, come maledizione da esorcizzare. La Leggenda di Beowulf pesca tra i miti scandinavi, riproponendo una storia di peccato ed espiazione, facendo perno su quella ciclica conflittualità tra padre e figlio che è tanto cara all'immaginario americano, ma che evidentemente rappresenta una costante antropologica capace di travalicare ogni incasellamento culturale. L'essenza del poema originale viene però tradita tanto nel contenuto quanto nella forma, soprattutto a causa di uno script svogliato che ha poca voglia di raccontare.
L'attenzione finisce così per focalizzarsi sulla componente estetica di questo ambizioso progetto, il quale si mostra come un colossale cartoon computerizzato che aiuta l'animazione a sdoganarsi dai luoghi comuni di chi la vorrebbe come un semplice strumento di narrazione per bambini, a cui è permesso osare soltanto per mezzo di quel cinico sarcasmo tipico di alcune serie cult d'oltreoceano. Di ironica, “La leggenda di Beowulf” non ha che la sua sporadica goliardia da osteria. Per il resto, la sua "maturità" va ricercata nella scenicità aggressiva e nell'allusività destinata a un pubblico già svezzato. Un ripetuto ammiccare dalle inflessioni misogine, che fa dell'adulterio un atto mai troppo grave, anche in funzione di una virilità coatta che finisce per enfatizzare il lato borioso dell'essere eroi. A partire dallo stesso Beowulf, paladino sanguinario avvezzo a squallide autocelebrazioni. Più che un prode, un wrestler. Un protagonista spaccone che fa da specchio all'approccio generale di tutta la produzione, in cui la posa conta più della caratterizzazione, la scena più dell'argomentazione, l'impatto visivo più della contiguità tra causa ed effetto. E senza neppure ottenere risultati memorabili: all'accuratezza di certe sequenze si accompagnano volti talvolta statici e movimenti non sempre fluidi. Pecche di un certo peso, per una pellicola che, piuttosto, avrebbe voluto sfondare la comune percezione della spettacolarità, come dimostra la scelta delle proiezioni in 3d.

E' il segno che i miracoli della computer graphic non possano già essere finiti. Nonostante gli enormi progressi, tecniche come il performing capture mostrano ancora il fianco di fronte alle potenzialità drammaturgiche degli attori in carne e ossa. Non basta assoldare un cast rinomato per rubargli fisionomia e movenze: Angelina Jolie, Anthony Hopkins e John Malkovich sono tuttora più bravi e credibili dal vivo. Per loro fortuna.

Simone Celli