Antonio
Capuano, uno dei nomi di maggior prestigio della ex “nuova
scuola napoletana”, oscilla sempre tra il neo-neorealismo,
il surreale e il pulp, in una filmografia piuttosto rigorosa,
senza concessioni al facile “appeal” anche se non
sempre perfetta (ma quale filmografia lo è?).
La guerra di Mario narra la storia di un’adozione difficile.
Difficile perché il bambino non viene dall’estero
e non è orfano: le sue origini sono i peggiori sobborghi
di Napoli, i veri genitori sono vivi e vegeti e sono degli spiantati,
mentre quelli che si candidano a sostituirli sono forse troppo
altolocati e viziati ancorché animati da buone intenzioni.
La storia, con stile asciutto e incisivo, è scritta e diretta
con una grande attenzione alla descrizione dell’ambiente
sociale, senza scadere nei luoghi comuni o nel pietismo eppure
senza restare sul piano del documentario. Un equilibrio non sempre
facile da raggiungere. Il bambino protagonista è una scelta
felicissima, e pur con i loro limiti di sempre, tanto Andrea Renzi
quanto Valeria Golino sono “in parte” e lavorano al
meglio. Se si aggiunge un cast di splendidi comprimari, i cui
volti sembrano scelti davvero dalla strada nel senso migliore
del termine, si ottiene un ottimo film, che a differenza del solito
sembra incontrare i favori di un certo pubblico più attento
alla qualità del prodotto.
Bruno
di Marcello