Non
c'è tempo per le premesse, nell'ultimo lavoro di Luc
Jacquet. Si comincia subito con l'incontro tra le due protagoniste
di questa "docu-favola" dalla grande morale e dalla
poca retorica. E' come se si avesse fretta di mostrare al
pubblico tutto il fascino di un'amicizia profonda ma travagliata,
fatta di giochi, di sguardi, di prossimità fisiche
e mentali. C'è una tenera empatia tra la bambina (Bertille
Noël-Bruneau) e l'animale, forse anche in conseguenza
dell'immediatezza che accomuna il modo di pensare e di agire
di entrambi, scevri dall'eccessivo raziocinio e contrassegnati
da un'irrefrenabile attitudine alla libertà.
E'
proprio quest'ultima la chiave per comprendere il significato
del film. Anche l'innocenza può contenere una sua componente
di colpa. Esistono dei limiti persino in questo genere di
rapporto, barriere da non oltrepassare che “La Volpe
e la Bambina” mette a nudo in un modo assolutamente
straordinario. Un messaggio forte e onesto, che non nasconde
la crudezza delle verità oggettive che stanno alla
base dell'amicizia. E della natura.
Non
a caso si è optato per un animale restio all'addomesticamento,
per quelle volpi che ci sorprendono per la loro espressività
e che ci fanno sorridere con i loro salti buffi. Si stenta
a credere che il tutto sia stato realizzato in presa diretta
dal regno della natura, tra la Francia e l'Italia, armati
di enorme pazienza nell'attesa che gli ignari protagonisti
facessero la mossa giusta. Il risultato è efficace
come se fossero stati ammaestrati, con il valore aggiunto
di una spontaneità a dir poco impagabile. Qui si spiega
la vocazione documentaristica di una pellicola che, in alcuni
passaggi un po' inverosimili, tradisce in parte la propria
specificità. Frangenti favoleggianti che garantiscono,
però, una migliore fruibilità del film e che
allo stesso tempo rivelano la doppia natura del progetto.
C'è
comunque equilibrio tra i due approcci registici, nonostante
se ne sfiorino gli estremi. Da un lato, la prima parte risulta
pedante nel suo voler mostrare, a discapito di un raccontare
intestardito nello schema dell'amicizia sfuggente, di un escalation
che prosegue fino a un potenziale collasso, a un possibile
punto di rottura. Dall'altro, la seconda parte appare fortemente
narrativa, rafforzando la componente fiabesca e permettendo
alla regia di "parlare" un po' di più.
Dopo
“La marcia dei Pinguini”, Luc Jacquet parte da
un ricordo d'infanzia per proporre un nuovo film-manifesto
del suo amore per gli animali. Un sentimento che non può
essere che profondo, in un certo senso "disilluso",
e per questo genuino.
Simone
Celli