“La
Terza Madre”, presentato con grande clamore all’ultima
Festa del Cinema di Roma ad ottobre scorso, chiude la trilogia
sulle streghe inziata da Dario Argento con “Suspiria”
ed “Inferno”. Era da tempo che il regista parlava
di questo suo progetto, ma dalle interviste che ha rilasciato
si è evinto che i suoi finanziatori tendevano a smussare
i suoi progetti considerandoli troppo violenti e, dunque,
non aveva mai messo mano ad un’opera che considerava
troppo personale per scendere a compromessi. L’esperienza
americana dell’episodio dei “Masters of horror”
(film tv diretti da vari maestri dell’horror da
Carpenter a Joe Dante a John Landis e lo stesso Argento),
girato –pare- in grande libertà, gli avrebbe
fatto capire che era il momento di romprere gli indugi e rischiare.
Il
soggetto narra di una nuova invasione di streghe e consecutiva
ondata di violenza a Roma, in seguito al ritrovamento di un’antica
urna funeraria. Asia Argento, archeologa, sarà costretta
suo malgrado a salvare il mondo da questa nuova ondata di
cattiveria uccidendo l’unica delle tre streghe sopravvissute,
la “Mater Lacrimorum”, intenzionata ad avere in
suo pugno tutto il mondo per dare il via ad una nuova “era
delle streghe”.
“La
Terza Madre”, anche se su soggetto dello stesso Argento,
ha una lunga lista di sceneggiatori. L’impianto produttivo
è sopra la media degli ultimi film di Argento. Ottimi
gli ambienti, molto suggestivi, bella la luce, impeccabile
l’impianto tecnico.
Vale ancora la pena di lamentarsi se Asia Argento non è
certo un’interprete raffinata, o se, come al solito
nei film del maestro dell’horror, alcuni comprimari
lasciano più che tanto a desiderare? O se i dialoghi,
nonostante tutto, non sono sempre da Oscar?
Chi apprezza Argento sicuramente non ci fa più caso.
Semmai il punto debole del film è altrove: la creatività
e l’horror.
Chi si aspetta un sadico bagno di sangue, rimarrà probabilmente
deluso perché si tratta di un racconto molto più
d’atmosfera; chi si aspetta di essere spaventato, lo
sarà poco; quanto allo “stile Argento”,
se nella “Terza madre” si possono individuare
molte autocitazioni soprattutto ad atmosfere di “Profondo
rosso” (la storia come le scene, i personaggi e
i dialoghi sono tutti una citazione, chissà quanto
voluta, dell’horror italiano anni ’70-‘80)
l’impianto stilistico è classico fino allo sfinimento:
a tratti sembra una normale produzione americana di un qualsiasi
buon mestierante.
Se,
insomma, Argento ha finalmente imparato a dirigere scene normali
e a mantenere costante il livello di tutto il film, ne ha
però perso in inventiva ed ispirazione visiva, in una
storia pure ricca di spunti visionari (ma anche, ahimé,
di abusati cliché piuttosto prevedibili). Grave,
per uno che ha costruito la sua carriera proprio sulle invenzioni
visive originali, citate poi perfino da altri famosi registi
come Brian De Palma.
In sostanza, la grinta di “La Terza madre” non
è eccelsa, ma a differenza degli ultimi film di Argento
(vedi soprattutto “Il Cartaio”), si tratta di
nuovo di horror: si sente che il regista si diverte di più
e le due ore scorrono piacevoli, a tratti divertenti. Come
da copione anche le musiche di Claudio Simonetti.
Per il resto, per avere insomma un film di Dario Argento,
bisogna tornare indietro di circa 30 anni.
Bruno
di Marcello