E’
un giallo classico “La Terra”, il nuovo film di Sergio
Rubini, nonostante lo spunto e l'autore facessero sentire eco
verghiane. Ma la cosa non ci sorprende, Rubini ha iniziato la
sua carriera di regista con “La Stazione”, un interessantissimo
noir di solida struttura e virtuosistica regia, così come
la sua seconda tormentata opera, “La Bionda”. In “La
terra” Fabrizio Bentivoglio interpreta un uomo che, tornato
da Milano nel natio borgo pugliese per sistemare faccende legate
ad una proprietà che divide con i fratelli, prima sprofonda
nel passato sulla scia dei ricordi, poi è implicato nell’omicidio
dello strozzino del paese. La storia funziona, gli attori sono
bravi e in parte. Purtroppo però “La Terra”
sembra solo un buon episodio del “Don Matteo” televisivo
(non a caso, la musica è su quello stile e dello stesso
autore, il pur bravo Pino Donaggio).
La
scelta di uno stile troppo classico, che vorrebbe rimandare forse
al solido ed epico cinema italiano anni 50, diventa televisiva
dal momento in cui la fotografia, i costumi, la scenografia (un
paesino dalle attrattive davvero scarse) non reggono il gioco.
E se manca il tocco d’autore, quel tentativo di andare oltre
il “plot” per racontare altro, anche la sceneggiatura
appare povera e prevedibile. Eppure le premesse ci sarebbero,
l’omicidio realizzato a colpi di fucile durante una processione
del venerdì santo, all’interno del paesetto, avrebbe
ad esempio tutti i numeri per risultare suggestiva. Che Rubini,
sfornando ormai un film ogni anno e mezzo, abbia rinunciato ad
interrogarsi sui suoi mezzi espressivi? Di sicuro c’è
che tutto ciò non incide sulla sua qualità di inteprete:
anche se quello dello strozzino è un ruolo secondario,
la sua intepretazione lascia il segno.
Bruno
di Marcello