Risvegliarsi
in un obitorio è una cosa in grado di rovinare la giornata
a chiunque e non predispone certo al buonumore. E’ quello
che succede a Sadie Blake, una giornalista che indaga sull’omicidio
di una ragazza, avvenuto in un sobborgo di Los Angeles. L’intrepida
Sadie scopre che la vittima frequentava l’ambiente dei
goth cittadini (e magari anche quello dei giocatori di ruolo
di “Vampire: The Masquerade), cosa che, nella mentalità
americana ma non solo, predispone naturalmente al satanismo
e all’assassinio.
Infatti, la reporter incappa in un gruppetto di veri vampiri
i quali, giustamente scocciati, la usano per fare uno spuntino.
Ma Sadie non si rassegna, ritorna come vampira sterminatrice
con tanto di balestra e, con l’aiuto di un improbabile
Master vampiro e di Rawlins, un poliziotto che ha mangiato
la foglia, si appresta a fare piazza pulita dei malcapitati
succhiasangue.
Arriva nelle sale con un ritardo sospetto l’ennesimo
parto della Ghost House e occorre dire che il livello è
quello medio-basso a cui siamo abituati dalle produzioni di
Sam Raimi, con la parziale eccezione di “30 giorni di
notte”. L’idea di affidarne la regia al micidiale
Sebastian Gutierrez, già infausto artefice della sceneggiatura
di “Snakes on a Plane”, “Gothika”
e del bruttissimo remake di “The Eye”, non si
può esattamente definire un colpo di genio, casomai
un colpo di sonno. “La Setta delle Tenebre” è
afflitto dal passo lento del tv-movie, da dialoghi imbarazzanti
quanto la recitazione degli attori coinvolti e da un tasso
ematico sotto il livello di guardia. A contendersi la palma
del peggior attore troviamo Michael Chiklis, nei panni del
torturato detective la cui figlia è stata trasformata
in una non morta, e il terribile James D’Arcy nelle
vesti di Bishop, il capo dei Nosferatu. Ben lungi dal donare
un minimo di profondità al personaggio, la sua interpretazione
sembra una vacua parodia di quella di Stephen Dorff in “Blade”,
che almeno rendeva credibile il Diacono Frost. Lucy Liu se
la cava egregiamente, anche se sembra chiedersi costantemente
come sia potuta passare da “Kill Bill” a questo
film, e i suoi estimatori avranno modo di apprezzarla in un
paio di scene come mamma l’ha fatta, sia pure in penombra.
A parte questo, il film offre un paio di camei (Robert Forster
e Marilyn Manson) e la suggestiva fotografia di John Toll,
che rende con efficacia una Los Angeles notturna e avvolta
dalle ombre, come raramente si è vista sullo schermo.
Gutierrez lesina sul gore, ma non è in grado di costruire
un’atmosfera degna di nota anche se, sulla carta, il
suo tentativo di mixare il noir metropolitano con il film
di vampiri poteva avere una qualche possibilità di
riuscita. Cerca di costruire ridicoli dilemmi morali in fase
di sceneggiatura, costringendo la povera Lucy Liu a dialogare
con la sua metà oscura mentre cerca di opporsi alla
sua nuova natura, ma il tutto si risolve in una spassosissima
scena in cui Sadie si porta in macchina un baldanzoso corteggiatore
adescato in un bar, per poi sottoporlo ad un pressante interrogatorio.
Una volta appurato che l’uomo non è sposato né
tantomeno fidanzato, e quindi socialmente inutile, l’avvenente
vampira vendicatrice se lo pappa in un solo boccone e tanti
saluti al travagliato percorso interiore del personaggio.
E’ anche vero che un povero vampiro deve pur mangiare
e, del resto, chi non vorrebbe trascorrere una serata in auto
con Lucy Liu?
Per i più coraggiosi, sembra che in DVD sia disponibile
una “extended version” di circa due ore, il cui
grado di appetibilità si aggira dalle parti dello zero
assoluto.
Nicola
Picchi