Dimenticate
il tipo di cinema delicato e malinconico visto nei film che
Giuseppe Tornatore ha diretto negli ultimi anni. Perché
“La Sconosciuta” è un noir psicologico
d’autore estremamente dark, nel cui svolgersi si assiste
ad una impressionante sarabanda di lucida violenza, sia psicologica
che soprattutto fisica, con delitti, abusi, ambiguità,
segreti, colpi di scena, sangue, identità celate, forbici
piantate in mezzo al petto, cadute dalle scale, schiave moderne
e perfino un Babbo Natale killer.
Con
questo suo nuovo lavoro, Tornatore ritorna quindi alle atmosfere
di pesante violenza del suo film di esordio, il pluri-censurato
“Il Camorrista”, uscito nel lontano 1986. Il film
racconta dell’arrivo nella famiglia di orafi Adacher
di una “sconosciuta”, ovvero l’ucraina Irena
che trova lavoro come donna delle pulizie nel condominio dove
vivono. La donna è reduce da un passato di violenze
ed abusi, convive con i propri fantasmi del passato (che dei
flash-back ci rivelano durante il film), ma persegue un misterioso
e preciso obiettivo: inserirsi progressivamente all’interno
della famiglia Adacher. Diventa così amica della vecchia
domestica e ne prende poi il posto, conquistandosi piano piano
la fiducia dei coniugi e diventando la tata della loro figlioletta,
ma le sorprese sono tante e non possiamo raccontare oltre
per non guastare l’impianto narrativo del film.
Tornatore, che per l’argomento di questa storia si è
ispirato ad un vero fatto di cronaca, documentandosi anche
molto (sull’emigrazione, le sevizie e lo sfruttamento
delle donne dell’est), confeziona un thriller-noir dall’atmosfera
greve, che si arricchisce di elementi da melodramma e viene
sviluppato sull’onda di un mistero svelato progressivamente
dalle azioni di Irena; il film ha una struttura studiatissima,
ma non fredda ed il pubblico è partecipe emotivamente
dello svolgersi di una storia volutamente ambigua, assistendo
alle vicissitudini di Irene (di cui, fino all’ultimo,
non si sa se sia buona o cattiva, rimanendo appunto “sconosciuta”)
e della famiglia Adacher, il cui contesto psicologico-familiare
muta in seguito all’arrivo della donna. Tornatore calibra
bene tutti gli elementi e le sfumature della trama, arricchendola
di flash-back e colpi di scena, rendendo gradualmente il film
quasi un gioco al gatto e al topo, con una tensione progressiva
fino al colpo di scena finale. Il regista dimostra di saper
usare bene, ricordando a tratti Hitchcock, tutti gli elementi
d’atmosfera atti a generare tensione e partecipazione
emotiva nello spettatore, ovvero primi piani, montaggio, colori,
movimenti della cinepresa, sequenze in interni, l’uso
di effetti sonori e del commento musicale (trascinante anche
se un pò invadente) del grande Ennio Moricone.
Tornatore racconta senza sentimentalismi o intenti di denuncia
sociale una storia lucida ed al tempo stesso oscura, inerente
soprattutto la solitudine nella realtà urbana, dove
ognuno è uno sconosciuto nei confronti degli altri:
il risultato complessivo del film, con la parte iniziale e
centrale molto incisive ed interessanti, sorprende positivamente
lo spettatore (che potrebbe comunque rimanere sbalestrato
dal cambiamento di genere del regista), nonostante la parte
finale perda di tensione finendo per sterzare sul poliziesco
e stonare un pò con il resto della pellicola a causa
di una risoluzione narrativa abbastanza prevedibile.
Il film comunque convince anche grazie all’interpretazione
di un cast formidabile: la protagonista Xenia Rappoport (Irena)
è molto intensa, enigmatica e ci regala degli sguardi
muti ed espressivi. La piccola Clara Dossena, che interpreta
la bambina, è estremamente naturale e non leziosa come
possono essere i bimbi di sei anni di età, una vera
e propria rivelazione. Il resto del cast vede un Michele Placido
efficace in un ruolo sordido (anche se rischia di sfiorare
il macchiettistico), una Piera degli Esposti molto naturale
ed infine la coppia Pierfrancesco Favino e Claudia Gerini,
nel ruolo dei coniugi Adacher, bravi e convincenti nonostante
i ruoli marginali.
Paolo
Pugliese