LA PROMESSA DELL'ASSASSINO

Titolo Originale: Eastern Promises
Genere: Noir/Drammatico
Regia: David Cronenberg
Sceneggiatura: Steven Knight
Cast: Naomi Watts, Viggo Mortensen, Vincent Cassel, Armin Mueller-Stahl, Sinead Cusack, Jerzy Skolimowski
Colonna Sonora: Howard Leslie Shore
Produzione: Serendipity Point Films, BBC Films, Focus Features, Kudos Film and Television, Scion Films Limited, Eagle Pictures
Paese d’origine: Canada/Usa/UK – 2007
Durata: 100 minuti

 

Ci sono pochissimi registi, soprattutto quelli con una lunga carriera alle spalle, che non sbagliano mai un colpo.
David Cronenberg è uno di questi ed il suo ultimo lavoro, “La Promessa dell’Assassino”, presentato in anteprima al Torino Film Festival, è lì a dimostrarlo.
Il film, ambientato in una Londra livida e notturna, si apre con due morti ed una nascita. Le morti sono quella grottesca e brutale (e molto cronenberghiana) di qualcuno nel negozio di barbiere e quella di Tatiana, una quattordicenne dell’Est rimasta incinta dopo uno stupro, che muore per un’emorragia. La nascita è quella del figlio della ragazza il quale, nonostante tutto, riuscirà a sopravvivere. Anna Khitrova (una magnifica Naomi Watts), un’infermiera dell’ospedale, ritrova tra gli effetti personali di Tatiana un diario scritto in russo ed il biglietto da visita di un ristorante, il Trans-Siberian, dove si reca per cercare di rintracciare i parenti della ragazza. Il posto è gestito da Semyon (un magistrale e sornione Armin Mueller-Stahl), il quale si offre di aiutarla e di tradurre il diario. In realtà Semyon è uno dei boss del capitolo locale della mafia russa, la Vory v Zakone, e gestisce un giro clandestino di prostituzione di ragazze dell’ex Unione Sovietica, aiutato dal problematico figlio Kirill (Vincent Cassel, di rado così intensamente disgustoso, ma al tempo stesso umanissimo) e da Nikolai (Viggo Mortensen), amico di Kirill, autista e tuttofare.
Anna è in qualche modo un’immigrata di seconda generazione, in quanto nata da madre inglese e padre russo, ed avverte una certa curiosità verso la patria di origine di suo padre, anche se lo zio Stepan (il regista polacco Jerzy Skolimowski, per chi ha l’età per ricordarselo) cerca di dissuaderla dal proseguire la sua ricerca. Da qui in poi converrà non dire altro per non togliere allo spettatore il piacere (si fa per dire) della scoperta.

La sceneggiatura di Steve Knight (già autore di “Dirty Pretty Things”, diretto da Frears, sul traffico d’organi nel mercato nero londinese) non ha un approccio documentaristico o antropologico sull’universo degli immigrati e della mafia russa, e neanche sul terribile fenomeno delle ragazze attirate in Inghilterra con il miraggio di una vita migliore, ma scava nel profondo dei personaggi trascinandoli con sé nella sua andatura a spirale, in un gorgo senza fine dove ogni eventuale scioglimento è continuamente rinviato. Il risultato è perfettamente coerente e anche i rari siparietti umoristici (la moto di Naomi Watts che non parte mai, lo zio Stepan che pretende di essere stato nel KGB) sono talmente raggelati e stranianti da non turbare il flusso della narrazione. Anna è disposta a qualunque cosa pur di proteggere il bambino, dove forse potranno incarnarsi le speranze della madre in un futuro diverso, Kirill è un uomo insicuro ed in pieno conflitto edipico con suo padre Semyon, che teme ed idolatra allo stesso tempo, mentre le motivazioni dell’imperturbabile Nikolai sono più oscure e ci verranno svelate solo alla fine.

Cronenberg porta avanti il film senza una sbavatura e ci regala almeno tre scene da antologia, dirette con rigore glaciale. Quella, violentissima, in cui Kirill obbliga Nikolai a fare sesso con una delle ragazze di un bordello per dimostrare la sua virilità; poi la scena, quasi liturgica, dell’affiliazione mafiosa di Nikolai, con il corpo ricoperto di tatuaggi, davanti ai boss riuniti; infine, la sequenza del combattimento nella sauna, di una violenza estremamente grafica, tra un Nikolai nudo e due killer di una banda rivale armati di coltello. Tutte scene che sarebbero state meno riuscite senza la fenomenale performance di Viggo Mortensen che, dopo “A History of Violence”, sembra diventato uno degli attori feticcio di Cronenberg, offrendo un fondamentale contributo alla riuscita di “Eastern Promises”. L’attore fa un lavoro molto accurato sulla costruzione del personaggio e, oltre a portare la storia della sua vita tatuata sulla pelle, restituisce benissimo il carattere di Nikolai, la cui apparente ed ironica impassibilità è turbata da inaspettati lampi di pietà che rivelano l’uomo tormentato dietro la maschera.
La Londra fotografata da Peter Suschitsky, storico collaboratore di Cronenberg, è un palpitante affresco in nero e rosso contro cui si stagliano i tatuaggi di Viggo, segni potenti che resteranno a lungo nella memoria come suggello di una storia che non può trovare soluzione.

Nicola Picchi