Dopo
tanti anni dalla morte del grande Peter Sellers, entrato nella
storia del cinema proprio grazie al ruolo dell’imbranatissimo
ispettore Closeau, ecco che Steve Martin ne raccoglie l’eredità
portando al cinema un nuovo film della “Pantera Rosa”
ed interpretando un nuovo ispettore Closeau. Come per l’originale
del 1963, la “Pantera Rosa” del titolo è il
nome di un favoloso diamante rosa sfoggiato dall’allenatore
della squadra nazionale francese di calcio all’alba della
vittoria contro la Cina. Ma, durante i festeggiamenti, l’allenatore
viene ucciso ed il diamante rubato. L’oberato ispettore
capo Dreyfus (Kevin Kline) decide allora di affidare il caso all’ispettore
Closeau (Martin) il quale comincerà ad indagare in maniera
goffa accompagnato dal gendarme Ponton (Jean Reno) che ha il compito
di vigilare su di lui.
Questo
nuovo “Pantera Rosa” (del quale è stato già
annunciato il sequel) è una commedia che si mantiene su
un livello medio, superiore comunque agli altri mediocri film
della saga post-Sellers, con Alan Arkin e Roberto Benigni. Ma
la caratura di questo remake è di grana grossa ed è
molto più demenziale dei film originali, scontando un impari
confronto con l’arte del grande Sellers, davvero irraggiungibile.
Steve Martin, che è un comico di razza, si calca senza
paura e con rispetto la maschera d Closeau evitando di misurarsi
direttamente con Sellers grazie alla scelta di non replicare ma
reinventare il goffo personaggio. Martin così rielabora
Closeau, aumentandone la demenzialità da cartone animato
e tenendolo anche in linea con i tempi (Closeau naviga in Internet,
guida una Smart e fa uso pure di Viagra).
Tutto
questo però non basta; la sfida, in verità difficilissima
già in partenza, è vinta a metà: onore a
Martin perché il “suo” Closeau è simpatico
e fa ridere ma il risultato finale rimane lo stesso inferiore
perché non c’è la spontaneità, l’originalità
e l’incredibile e geniale improvvisazione di Sellers (che
si inventò da solo il personaggio durante un viaggio in
aereo); Martin è bravo, ha ottimi tempi comici, ma non
è spontaneo né intuitivo come Sellers e tutto quello
che fa è attentamente studiato e pianificato, cosa che
traspare chiaramente nel film con un effetto di artificiosità.
Il regista Shawn Levy non fa miracoli (ed ecco che torna impietoso
il raffronto con un altro grande del cinema, il regista Blake
Edwards): è un onesto mestierante che però conosce
bene l’arte plastica di Martin, visto che hanno lavorato
insieme a ben tre film, mettendosi al suo servizio ed incentrando
intorno a lui l’intera storia, mal sviluppata a livello
di sceneggiatura. Il risultato è un film anonimo e stanco,
che si regge unicamente sulle spalle del protagonista.
E’
inutile sottolineare la mancanza di quella “marcia”
in più che avevano i precedenti film, perché il
paragone porta irrimediabilmente ad una struggente malinconia
(amplificata dal constatare che manca pure una figura cardine
come l’aiutante Cato), alla luce anche del fatto di rivedere
stancamente riproposti i meccanismi comici sperimentati da Sellers.
Questo nuovo “Pantera Rosa” alla fine diverte, poco
ma diverte, avendo come pregio il tentativo di non copiare ma
cercare di attualizzare un personaggio interpretato da un Martin
istrionico, ma se il suo obbiettivo era anche di rinverdire un
certo tipo cinema, l’obbiettivo non è stato proprio
raggiunto. Poco da dire sui comprimari: se c’é un
silenzioso ed attonito Jean Reno (che fa sempre comunque piacere
rivedere) e la bellissima cantante Beyoncé Knowles si limita
a fare la bellona, bisogna fare una piccola menzione per un Kevin
Kline misuratissimo ed esilarante vittima dei pasticci di Closeau,
il quale riesce addirittura a proporre una caratterizzazione del
personaggio migliore rispetto a quella del precedente attore Herbert
Lom.
Paolo
Pugliese