LA
MAGGIORE DISTANZA POSSIBILE è
quella a portata dell’orecchio, oltre la quale i suoni
e le persone scompaiono. Xiaotang, tecnico del suono licenziato
dal set su cui lavorava, continua le sue registrazioni e,
nell’intento di comunicare con la sua ex ragazza, gliele
spedisce per posta. Solo che lei non abita più là
e le audiocassette finiscono nelle mani della nuova inquilina,
Xiao Yun, che ha una storia, in realtà già finita,
con un uomo sposato. Lo psicologo Acai, che tiene poco in
conto le sue emozioni e parte di queste le usa per infierire
sui pazienti, si mette in viaggio per attraversare più
che il paese, la depressione che lo minaccia assai da vicino.
I tre si sfioreranno, i due uomini avranno anche modo di incontrarsi
e parlare del loro dolore, ma la distanza permane.
La sofferenza più grande che si possa immaginare è
quello di essere lontani da chi pensiamo di amare, quindi
il tutto è affidato al viaggio, un mettersi in cammino
che dovrebbe se non riunire, almeno motivare la distanza e
accorciarla, là dove è possibile. Xiao Yun è
la più sola in assoluto, il vuoto che avverte era nel
suo cuore già nel momento il cui il suo compagno era
presente, ed è per questo che lei decide di andare,
per seguire le tracce di suoni indirizzati ad un’altra
e che le ricordano il rumore lontano della vita. Xiaotang
non ha più un lavoro, ma continua a registrare suoni
per una donna che non è nemmeno più la sua ragazza,
così si mette in viaggio nei luoghi del loro amore
e le manda per posta cassette che avrebbero dovuto accorciare
la distanza ormai abissale che li separava. Acai pensa ad
una donna che si è sposata con un altro tre anni prima,
ma lui ha aspettato molto per elaborare i suoi sentimenti
e si mette in viaggio per cercarla: in questo caso la distanza
è emotiva e, per questo, viene rappresentata in maniera
più didascalica.
Ma la cosa che accomuna le tre solitudini, così poeticamente
raccontate in questo film, è il vuoto. Un vuoto a partire
dal quale tutti e tre i protagonisti si mettono in cammino,
i due uomini per cercare una donna o il contatto con l’idea
che hanno di lei, la ragazza, invece, per sfuggire al dolore
di una storia finita, ma forse mai nemmeno realmente cominciata.
Se lo psicologo decide di sostituire l’acqua con l’aria
e camminare lungo la strada con la maschera e la muta è
solo perchè l’elemento che avrebbe dovuto aiutare
la respirazione si fa a mano a mano più rarefatto e
l’aria diviene ad un tempo irrespirabile e leggera.
I suoni portati dal vento sono segnali di storie al capolinea,
che non volendo comunque finire, permangono nella distanza
che mettiamo solitamente tra noi e il dolore che la vita a
volte ci procura. "La maggiore distanza possibile",
in questo caso, è certo quella dal dolore che risulta
in ogni caso quotidiano ed ineludibile, nonostante tutto l’impegno
che i protagonisti mettono nel negarlo. Se una donna che cambia
casa e non lascia un nuovo indirizzo crea un vuoto, ecco che
questo viene subito colmato da un’altra che dovrebbe
invece andare via da una storia che non le dà nulla.
E se un uomo il cui lavoro è quello di aiutare le persone
ad entrare in contatto coi propri sentimenti, nega l’importanza
di questi nella sua stessa vita e, ad un certo punto, non
potrà più eludere la mancanza d’aria che
questo stile di vita gli ha provocato. E, in ultimo, se l’orecchio
di un uomo che lavora coi suoni è così sensibile,
come mai non ha colto il segnale di fuga lanciato dalla sua
donna che adesso non c’è più?
Nulla di tutto questo viene esplicitato, se non attraverso
i suoni e l’uso di questi, nelle storie di persone comuni,
diviene elemento di coesione laddove le parole falliscono.
Ed è infatti sui suoni che è costruita questa
poetica storia di persone normali, giustamente premiata dalla
critica a Venezia. Una storia che, raccontata con gusto e
filmata con maestria, ci apre la strada ad una visione che
sia in primo luogo ascolto dell’altro e non soltanto
attesa del nostro turno per parlare.
Anna
Maria Pelella