LA CITTA' PROIBITA

Titolo originale: Curse of the Golden Flower
Genere: Drammatico/Storico
Regia: Zhang Yimou
Sceneggiatura: Wu Nan, Bian Zhihong, Zhang Yimou
Cast: Chow Yun-Fat, Gong Li, Liu Ye, Jay Chou
Produzione: Beijing New Picture Film Co., EDKO Film Ltd., Elite Group Enterprises, Film Partner International
Paese d'origine: Cina - 2006
Durata: 111 minuti

 

Le vicende di questo spettacolare dramma storico si svolgono nella Cina del X secolo d.C., durante l’età dell’oro dei Tang, uno dei più importanti periodi della storia dinastica cinese che segnò profondi cambiamenti nel “Paese di Mezzo”.
La storia si snoda quasi tutta all’interno della sontuosissima e quasi claustrofobica “Città Proibita”, il palazzo imperiale in cui una moltitudine di persone, divise secondo un meticoloso e rigido ordine gerarchico, si muove ed adempie in maniera rigorosa e scrupolosa ai propri compiti quotidiani, sullo sfondo ricco e sfarzoso degli ambienti di corte dove i colori sono forti e sgargianti, regna il lusso più sfrenato –simboleggiato dal rosso e dall’oro- ed in cui elementi confuciani, taoisti e buddhisti si fondono secondo il costume dell’epoca.

Alla vigilia della “Festa dei Crisantemi” -una festa che ricorda e celebra gli antenati, secondo la tradizionale usanza confuciana-, l’Imperatore (Chow Yun-Fat) torna a casa prima del tempo insieme a Jai, suo secondogenito, ufficialmente per celebrare la festività con la famiglia, ma in realtà per punire l’Imperatrice (Gong Li) dopo aver scoperto la relazione segreta che questa aveva avuto con il principe ereditario Wan. Quest’ultimo, intanto, per sfuggire all’atroce verità e mettere a tacere lo scandalo, si era consolato con Chan, figlia del medico di corte e attenta cortigiana alle dipendenze dell’Imperatrice.
Nasce un duello intestino tra l’Imperatore, che trama alle spalle della famiglia e punisce la moglie con un lungo e letale avvelenamento a cui la sottopone quotidianamente in gran segreto, complice il medico imperiale, e la stessa Imperatrice che, in preda a forti crisi ossessive che l’avevano portata a ricamare a mano ben 10.000 crisantemi dorati, scopre i piani e le macchinazioni del marito e cerca con tutte le forze che le restano di salvaguardare i suoi figli, il suo sentimento segreto e di far crollare il regno del marito, facendolo abdicare in favore del figlio Jai, l’unico in realtà dotato di un forte carisma, di una grande abilità guerriera e delle doti tipiche di un leader.

Divorati da rancori e veleni, i membri della famiglia imperiale cercano di annientarsi l’un l’altro, con complotti, sotterfugi, scontri fratricidi e una dura lotta del padre contro figli: tutto questo odio e la rivelazione di terribili segreti che legano i regnanti alla famiglia del medico di corte e che pian piano vengono a galla, segneranno la fine dell’ormai agonizzante famiglia, proprio durante le celebrazioni del “Chong Yang”, quando un esercito di migliaia di “guerrieri-crisantemi” dalla lucente armatura dorata attaccano il palazzo.
Un film complesso e maestoso quest’ultimo lavoro del maestro cinese Zhang Yimou, che negli ultimi anni ha saputo abilmente e sapientemente alternare pellicole di forte contenuto storico-filosofico-sociale a pellicole di genere “cappa e spada” (wuxiapian) dal forte impatto visivo.

LA CITTA’ PROIBITA è un film elegante e barocco, con delle sequenze di battaglia davvero molto spettacolari, nonostante la componente marziale venga messa in secondo piano rispetto alla narrazione storica e filosofica. Ed è proprio a livello narrativo la vera sorpresa: un dramma di corte duro, senza sconti, dal ritmo lirico e serrato, ma mai pesante o prolisso, con una Gong Li bellissima e affascinante, dall’interpretazione magistrale, protagonista assoluta del film.
Una pellicola anche filosoficamente molto ricca, con i richiami alle principali virtù confuciane, (la pietà filiale ed il culto degli antenati), alla teoria del “Mandato celeste” da cui dipendeva il potere, alla visione dell’uomo come “animale sociale” al centro della vita politica, l’unico e solo a poter creare l’armonia tra Cielo e Terra.
Continue sono poi le citazioni buddhiste (bisogna ricordare, infatti, che fu proprio durante la dinastia Tang che accanto all’ideologia nazionale confuciana si diffuse fortemente e prese piede in tutta la Cina la legge del Buddha, che era stata sempre fortemente osteggiata dal governo centrale in quanto dottrina straniera e quindi deleteria per il Paese), dai colori ai mandala -la cui forma con cerchi e quadrati ben incastonati l’uno nell’altro sono ricordati dai grandi tavoli attorno ai quali si sedevano i regnanti- simbolo dell’impermanenza, simbolo che nulla è eterno e che tutto può svanire in un soffio, proprio come si dissolve nel sangue e nella sofferenza una famiglia imperiale solo apparentemente unita, forte e che si sarebbe mantenuta longeva.
Il film è visivamente abbagliante, soprattutto nelle scene di massa all’inizio così come nel finale della pellicola, dove migliaia di guerrieri in armatura dorata attaccano il palazzo imperiale e dove, dopo la tragica caduta, altrettanti inservienti portano via i cadaveri della battaglia e risistemano tutto per l'imminente celebrazione.
Bravissimo, accanto ad una forte e disperata Gong Li nei panni dell’Imperatrice, anche Chow Yun-Fat, con i suoi sguardi indecifrabili e la sua interpretazione cinica e crudele.

Forte è l’impatto cromatico, già presente in “Hero” e ne “La Foresta dei Pugnali Volanti”, che qui è amplificato ancora di più, rendendo le pareti del palazzo imperiale quasi un caleidoscopio, che cattura ed intrappola l’attenzione e lo sguardo degli spettatori, così come gli elaboratissimi costumi, simbolo dello sfarzo della vita di corte, contrapposto al marcio che avvolgeva ormai la famiglia imperiale ed anche la dinastia che iniziava il suo lento declino.

Valeria Marinaccio