Le
vicende di questo spettacolare dramma storico si svolgono
nella Cina del X secolo d.C., durante l’età dell’oro
dei Tang, uno dei più importanti periodi della storia
dinastica cinese che segnò profondi cambiamenti nel
“Paese di Mezzo”.
La storia si snoda quasi tutta all’interno della sontuosissima
e quasi claustrofobica “Città Proibita”,
il palazzo imperiale in cui una moltitudine di persone, divise
secondo un meticoloso e rigido ordine gerarchico, si muove
ed adempie in maniera rigorosa e scrupolosa ai propri compiti
quotidiani, sullo sfondo ricco e sfarzoso degli ambienti di
corte dove i colori sono forti e sgargianti, regna il lusso
più sfrenato –simboleggiato dal rosso e dall’oro-
ed in cui elementi confuciani, taoisti e buddhisti si fondono
secondo il costume dell’epoca.
Alla
vigilia della “Festa dei Crisantemi” -una festa
che ricorda e celebra gli antenati, secondo la tradizionale
usanza confuciana-, l’Imperatore (Chow Yun-Fat) torna
a casa prima del tempo insieme a Jai, suo secondogenito, ufficialmente
per celebrare la festività con la famiglia, ma in realtà
per punire l’Imperatrice (Gong Li) dopo aver scoperto
la relazione segreta che questa aveva avuto con il principe
ereditario Wan. Quest’ultimo, intanto, per sfuggire
all’atroce verità e mettere a tacere lo scandalo,
si era consolato con Chan, figlia del medico di corte e attenta
cortigiana alle dipendenze dell’Imperatrice.
Nasce un duello intestino tra l’Imperatore, che trama
alle spalle della famiglia e punisce la moglie con un lungo
e letale avvelenamento a cui la sottopone quotidianamente
in gran segreto, complice il medico imperiale, e la stessa
Imperatrice che, in preda a forti crisi ossessive che l’avevano
portata a ricamare a mano ben 10.000 crisantemi dorati, scopre
i piani e le macchinazioni del marito e cerca con tutte le
forze che le restano di salvaguardare i suoi figli, il suo
sentimento segreto e di far crollare il regno del marito,
facendolo abdicare in favore del figlio Jai, l’unico
in realtà dotato di un forte carisma, di una grande
abilità guerriera e delle doti tipiche di un leader.
Divorati
da rancori e veleni, i membri della famiglia imperiale cercano
di annientarsi l’un l’altro, con complotti, sotterfugi,
scontri fratricidi e una dura lotta del padre contro figli:
tutto questo odio e la rivelazione di terribili segreti che
legano i regnanti alla famiglia del medico di corte e che
pian piano vengono a galla, segneranno la fine dell’ormai
agonizzante famiglia, proprio durante le celebrazioni del
“Chong Yang”, quando un esercito di migliaia di
“guerrieri-crisantemi” dalla lucente armatura
dorata attaccano il palazzo.
Un film complesso e maestoso quest’ultimo lavoro del
maestro cinese Zhang Yimou, che negli ultimi anni ha saputo
abilmente e sapientemente alternare pellicole di forte contenuto
storico-filosofico-sociale a pellicole di genere “cappa
e spada” (wuxiapian) dal forte impatto visivo.
LA
CITTA’ PROIBITA è un film elegante e barocco,
con delle sequenze di battaglia davvero molto spettacolari,
nonostante la componente marziale venga messa in secondo piano
rispetto alla narrazione storica e filosofica. Ed è
proprio a livello narrativo la vera sorpresa: un dramma di
corte duro, senza sconti, dal ritmo lirico e serrato, ma mai
pesante o prolisso, con una Gong Li bellissima e affascinante,
dall’interpretazione magistrale, protagonista assoluta
del film.
Una pellicola anche filosoficamente molto ricca, con i richiami
alle principali virtù confuciane, (la pietà
filiale ed il culto degli antenati), alla teoria del “Mandato
celeste” da cui dipendeva il potere, alla visione dell’uomo
come “animale sociale” al centro della vita politica,
l’unico e solo a poter creare l’armonia tra Cielo
e Terra.
Continue sono poi le citazioni buddhiste (bisogna ricordare,
infatti, che fu proprio durante la dinastia Tang che accanto
all’ideologia nazionale confuciana si diffuse fortemente
e prese piede in tutta la Cina la legge del Buddha, che era
stata sempre fortemente osteggiata dal governo centrale in
quanto dottrina straniera e quindi deleteria per il Paese),
dai colori ai mandala -la cui forma con cerchi e quadrati
ben incastonati l’uno nell’altro sono ricordati
dai grandi tavoli attorno ai quali si sedevano i regnanti-
simbolo dell’impermanenza, simbolo che nulla è
eterno e che tutto può svanire in un soffio, proprio
come si dissolve nel sangue e nella sofferenza una famiglia
imperiale solo apparentemente unita, forte e che si sarebbe
mantenuta longeva.
Il film è visivamente abbagliante, soprattutto nelle
scene di massa all’inizio così come nel finale
della pellicola, dove migliaia di guerrieri in armatura dorata
attaccano il palazzo imperiale e dove, dopo la tragica caduta,
altrettanti inservienti portano via i cadaveri della battaglia
e risistemano tutto per l'imminente celebrazione.
Bravissimo, accanto ad una forte e disperata Gong Li nei panni
dell’Imperatrice, anche Chow Yun-Fat, con i suoi sguardi
indecifrabili e la sua interpretazione cinica e crudele.
Forte
è l’impatto cromatico, già presente in
“Hero” e ne “La Foresta dei Pugnali Volanti”,
che qui è amplificato ancora di più, rendendo
le pareti del palazzo imperiale quasi un caleidoscopio, che
cattura ed intrappola l’attenzione e lo sguardo degli
spettatori, così come gli elaboratissimi costumi, simbolo
dello sfarzo della vita di corte, contrapposto al marcio che
avvolgeva ormai la famiglia imperiale ed anche la dinastia
che iniziava il suo lento declino.
Valeria
Marinaccio