“L’Amico
di Famiglia” si annuncia come un film ambizioso, cupo
e notevole dal punto di vista narrativo, realizzato con inquadrature
geometriche e surreali illuminate da una bella fotografia
che dà al film un ipnotico effetto estraniante.
Paolo Sorrentino, con questo suo terzo film (dopo “Le
Conseguenze dell’Amore” e “L’Uomo
in Più”), si conferma uno dei maggiori nuovi
talenti del nostro cinema, dandoci in pasto una coraggiosa
quanto grottesca favola dark, ironicamente cattiva e popolata
da gente marcia.
Anche qui si assiste alla storia di un personaggio non simpatico
né bello né tantomeno buono alle prese con l’amore
e le sue delusioni e conseguenze. Il protagonista è
Geremia, un sarto-strozzino caratterizzato da un’eccessiva
verbosità piena di aforismi, che si muove furtivo presentandosi
come “amico di famiglia” e prestando i soldi ad
alto tasso d’interesse alla gente. Brutto, cinico, sporco,
taccagno e pericoloso, perennemente con un braccio ingessato
ed una busta in mano, Geremia presta una somma di denaro all’amico-cliente
Saverio che deve far sposare la figlia Rosalba, salvo innamorarsi
di lei e diventare alla fine lui vittima e non più
persecutore. Perché la gente intorno a Geremia è
marcia, volgare e senza scrupoli come lui (la stessa Rosalba,
disinvolta a farsi abbassare le mutandine per abbassare il
tasso d’interesse e pronta ad usare l’amore di
Geremia contro di lui), ma almeno l’usuraio ha l’onestà
e l’ironia di riconoscerlo il che lo rende un “mostro”
tra i “mostri”, quest’ultimi blindati da
una coltre di ipocrisia da classici “furbetti”
delle recenti cronache giudiziarie, pieni di disprezzo per
il protagonista ma sempre ricorrenti a lui per pagarsi sfizi
come operazioni di chirurgia plastica e giocate al Bingo.
Il film, insomma, non è solo un noir che mescola in
maniera amara il giallo e la commedia (ci sono momenti di
ilarità grazie all’attore Giacomo Rizzo), ma
è anche una parabola metafisica e cinica sul degrado
morale dei nostri tempi, sulla volgarità consumistica
e televisiva, sulla claustrofobia di una realtà urbana
sporca e decadente.
Molto interessante le caratterizzazioni dei protagonisti:
Geremia è un personaggio marginale, fintamente mellifluo
e disinteressato ma pericoloso e senza scrupoli, senza veri
affetti o umanità (perfino nei confronti della madre
paralitica) che però soccombe totalmente davanti all’amore,
a dispetto anche della sua esperienza di vita. Dall’altro
lato c’è invece una ragazza di vent’anni,
Rosalba, apparentemente solare e di buona famiglia, ma in
realtà ambiziosa e senza remore morali che, da oggetto
di desiderio, si rivela perfida ingannatrice.
L’impianto narrativo de “L’Amico di Famiglia”
è tipico del cinema di Sorrentino, con dialoghi molto
curati, un’impostazione macchinosa e surreale degli
eventi (tramite frammenti e flashback) narrati con uno sviluppo
lento che si apprezza soprattutto nell’insieme e non
nei singoli piccoli avvenimenti della storia. Purtroppo a
nostro avviso il film non riesce a farsi apprezzare pienamente
perché il suo impianto drammaturgico e metaforico è
poco compatto, addirittura ripetitivo e fin troppo astratto
nella seconda parte in cui si rovescia il ruolo di Geremia,
fino ad arrivare a un epilogo poco convincente.
Il ritratto (a)morale di provincia che Sorrentino dipinge
è quindi parzialmente compiuto, ma sicuramente intrigante,
crudo e realistico quanto basta da un punto di vista di contenuti
ed esercizio di stile espressivo. Il film ha anche il pregio
di mettere in campo attori poco noti ma formidabili, primo
tra tutti il caratterista napoletano di tante commedie sexy
all’italiana Giacomo Rizzo, qui riscoperto come un attore
intenso e credibile, accompagnato da una giovane e promettente
Laura Chiatti, bravissima a rendersi odiosa al pubblico, ed
infine da un Fabrizio Bentivoglio, unico nome noto del cast,
che si mette generosamente al servizio del regista come comprimario
interpretando il ruolo eroicamente trash di un cow boy urbano,
ma troppo sopra le righe perché l’attore riesca
a risultare credibile in esso.
Concludendo, nonostante i difetti che ne limitano l’ambizioso
impianto narrativo, quella di Sorrentino rimane sicuramente
una delle opere più suggestive ed interessanti di questa
stagione.
Paolo
Pugliese