Tom
Dobbs (Robin Williams) è un irriverente comico televisivo
di successo che prende di mira i politici durante il suo talk
show quotidiano, vero e proprio manifesto del dissenso popolare
a riguardo della politica americana. Un giorno, appurando
di essere diventato ormai il portavoce di una nazione esasperata,
Dobbs decide di candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti,
fondando un movimento popolare con cui presentarsi alle elezioni,
sbaragliando i concorrenti durante i dibattiti ed alla fine
sorprendendo il mondo intero venendo eletto Presidente. Ma
mentre Dobbs sta per insediarsi alla Casa Bianca, l’analista
di softwere Eleonor Green (Laura Linney) scopre che l’anchorman
è stato eletto a causa di un errore informatico nel
programma di conteggio dei voti installato dalla sua società.
Non vedendoci chiaro nella faccenda, riesce a contattare Dobbs
rivelandogli la verità ed il neo Presidente deve allora
scegliere se accettare o rifiutare la sua elezione.
Un comico alla guida del paese più potente del mondo.
E’ questo lo slogan nonché leit motiv
del film L’UOMO DELL’ANNO, una chiara ironia contro
l’attuale presidenza USA di George Bush jr., visto come
un imbarazzante pupazzo comico con le sue gaffes, i lapsus,
gli errori durante i suoi discorsi, le decisioni ambigue e
le elezioni vinte con un nuovo sistema di voto computerizzato
tramite terminali forniti dalla società del suo stesso
fratello...
L’idea di base del nuovo film di Barry Levinson, regista
di “Mamma ho perso l’aereo” e dei primi
due “Harry Potter”, sta proprio in questo: in
un mondo in cui la politica è inquinata da interessi
ad personam oppure dai giganteschi affari delle multinazionali,
chi meglio di un comico può guidare una Nazione, ben
sapendo quali sono i problemi da risolvere visto che per fare
satira (Beppe Grillo insegna) bisogna essere ultra-informati
e non fermarsi alle apparenze?
L’UOMO DELL’ANNO parte bene, ma poi spreca gli
elementi a sua disposizione e si perde nel voler raccontare
troppe cose, con un’infelice svolta thrilling e peccando
infine di eccessivo moralismo nel descrivere il mondo della
politica; Barry Levinson è un regista avvezzo a trattare
cinematograficamente temi come la politica e la satira (vedi
i suoi “Good Morning, Vietnam” oppure “Sesso
e Potere”), ma nonostante una curiosità iniziale
questo suo nuovo film si rivela poco riuscito: certo non manca
di coraggio nell’attaccare apertamente il sistema politico
americano, ma i contenuti satirici proposti non vanno mai
in profondità e si fermano alle battute del protagonista,
interpretato da un Robin Williams troppo farsesco e gigionesco
per essere credibile o realmente graffiante (molto più
bravo invece Christopher Walken).
Indeciso sui molteplici toni ed i generi da scegliere (satira,
ma anche thriller e commedia romantica), L’UOMO DELL’ANNO
alla fine esce come un film in parte divertente, in parte
aspro e critico contro l’amministrazione degli Stati
Uniti, in parte però anche dispersivo e superficiale.
Alla fine fa ridere e riflettere sostanzialmente poco visto
che la sua chiave critica è estremamente fiacca e non
va oltre lo sfottò di una barzelletta, senza peraltro
avere nessuna connotazione grottesca o surreale (che forse
avrebbe reso meglio), in favore invece di un tono abbastanza
predicatorio e conformista che fa anche l’errore di
voler giustificare come plausibile la favola di un uomo abituato
a far ridere gli altri che però è anche la scelta
più giusta per guidare un paese.
Marco
Valerio