Non
poteva mancare in questo periodo di sequel e remake di un
certo cinema d’evasione italiano (“Febbre da Cavallo
2”, “Il ritorno del Monnezza”, “Eccezzziunale
Veramente Capitolo II”), anche il ritorno –più
volte chiesto ed auspicato- del mitico Oronzo Canà:
il sanguigno allenatore di calcio dalla parlata pugliese e
con il volto di Lino Banfi che, grazie proprio al grande successo
di questo personaggio, iniziò a sdoganarsi agli occhi
degli spettatori non aficionados della commedia sexy anni
’70, di cui è stato indiscusso protagonista.
Oggi i tempi sono cambiati, Banfi è ormai un beniamino
del pubblico grazie al ruolo di Nonno Libero nel serial “Un
Medico in famiglia”, mentre quel tipo di film scollacciati
ed allegramente anarchici e scalcinati non solo sono stati
elevati a rango di cult movies, ma spesso risultano infinitamente
più divertenti e meno volgari di tante commediole americane
“pompate” nei cinema.
In un panorama del genere, ecco che una vecchia volpe come
Sergio Martino (regista del primo “L’Allenatore
nel Pallone”) ne ripropone il sequel ventiquattro anni
dopo, con lo stesso cast di attori, il medesimo staff di sceneggiatori
e produttori, e soprattutto lo stesso meccanismo di cameo
sportivi del precedente episodio.
Ritroviamo
dunque Oronzo Canà in pensione, ormai ritiratosi nella
nativa Puglia dirigendo una piccola azienda che produce olio
d’oliva insieme alla moglie Mara, la figlia Michelina,
il genero Fedele ed il nipote Oronzino. In occasione della
promozione in serie A della Longobarda, ovvero la squadra
che Canà allenava tanti anni prima, l’ex-mister
viene invitato ad una trasmissione sportiva dove, in seguito
ad alcune sue rivelazioni sul Borlotti (il defunto presidente
della squadra che lo esonerò), ottiene nuova attenzione
dai media. Il figlio di Borlotti, nuovo presidente della Longobarda
appena quotata in borsa, decide di soffocare le polemiche
contattando Canà per fargli allenare nuovamente la
squadra in campionato. Canà accetta con entusiasmo,
sviluppando anche un nuovo modulo di gioco (il modulo
a “farfalla”), ma con il tempo si scontra
con tutte le difficoltà e le differenze dell’odierno
calcio italiano, rendendosi anche conto di oscure manovre
speculative da parte di Borlotti jr. e del suo socio Ramenko,
uomo d’affari dell’est in odore di mafia russa...
Salutato
da un clima di grande attesa ed entusiasmo, “L’Allenatore
nel Pallone 2” riesce a divertire fino ad un certo punto,
lasciando un pò di amaro in bocca agli spettatori;
la sensazione che si ha durante i titoli di coda è
che si poteva fare di più.
Nonostante un certo rispetto per i fan che lo hanno chiesto
a lungo, dispiace dire che questo film non ha niente della
genuinità artigianale del capostipite, apparendo molto
più commerciale, limitandosi a sfruttarne l’effetto
traino di film-culto.
A parte il piacere di rivedere Lino Banfi di nuovo nei panni
rustici di Canà, accompagnato sia dallo stesso cast
del primo episodio (c’è persino Aristoteles),
sia da parecchie comparsate dei protagonisti del nostro calcio,
questo sequel diverte sommariamente poco, proponendo il medesimo
impianto narrativo del precedente episodio (che per quanto
mitico, non era proprio un capolavoro...), con gags e
battute molto stiracchiate.
Siamo
consci che non ci si poteva allontanare troppo dalle idee
di base del primo “L’Allenatore nel Pallone”,
ma il sequel gira comunque a vuoto, con un meccanismo a compartimenti,
composto da varie scenette e siparietti comici legati tra
loro da un esile filo conduttore travestito da critica di
costume (gli scandali del calcio, l’invasione di
sponsor, tv, veline e procuratori) che lascia il tempo
che trova per quanto sia vacuo.
Alla povertà di sviluppi, c’è anche da
sottolineare come la sceneggiatura faccia salti mortali per
giustificare coerentemente tutti i cameo che propone (persino
vecchie glorie come Pruzzo ed Antonioni), apparendo come
una lunga passerella di volti noti e di sponsor che rema contro
la coerenza logica della storia.
Concludendo, questo sequel finisce per affondare sotto il
peso di un riciclo di idee e spunti comici non proprio divertentissimi,
risollevato solo dall’arte e dalla verve di un Lino
Banfi settantenne ancora in ottima forma che, rimandando (con
un pò di nostalgia) al suo cinema pecoreccio,
riassume l’intera operazione con questa battuta: “Sono
invecchieto, sono ingrasseto, ma sono ancora arrapeto!”.
Paolo
Pugliese