In
una corsa contro il tempo, l’agente speciale dell’FBI
Ronald Fleury (Jamie Foxx) supera le reticenze delle
alte sfere politiche e porta la sua squadra di agenti d’elite
in Arabia Saudita; la missione è catturare il capo
di un gruppo terrorista responsabile di un sanguinario attentato
in un centro residenziale americano. Il team guidato da Fleury
ha appena una settimana di tempo per indagare sulla cellula
terroristica, scontrandosi con la diffidenza e l’ostilità
delle autorità saudite, oltre alle difficoltà
di trovarsi ad agire in una terra straniera con costumi e
cultura diversi dove, per le strade, chiunque è un
potenziale nemico pronto a colpire o farsi saltare in aria.
Prodotto congiuntamente dal regista Michael Mann (“Miami
Vice”, “Collateral”, “Manhunter”)
e dal produttore Scott Stuber (“Io, tu e Dupree”,
“Ti odio, ti lascio, ti...”), “The Kingdom”
si presenta come un thriller poliziesco ad alta tensione,
con una storia inerente la guerra al terrorismo e lo scontro
tra il mondo occidentale e quello orientale.
Le
basi narrative di un confronto ideologico tra due tipi di
civiltà è però, a nostro modesto parere,
un pretesto per imbastire un facile film d’azione dal
sapore propagandistico. La sceneggiatura è grossolana
e -come al solito per gli americani- presenta un
ritratto riduttivo e distorto degli orientali; assistiamo
quindi al confronto impari tra gli agenti dell’FBI e
quelli della polizia saudita: i primi sono bravi, professionali
ed umani, mentre i secondi sono invece ottusi, dilettanti
ed inutilmente violenti. Tanto per non apparire eccessivamente
anti-arabi, il film ci concede i personaggi positivi dei due
bravi ed onesti poliziotti sauditi (con tanto di breve
scena introspettiva con loro in famiglia) che aiuteranno
i protagonisti e dei quali, immancabilmente, uno sarà
immolato nello scontro finale. Poi c’è l’eroico
protagonista Ronald Fleury/Jamie Foxx che ci viene descritto
come un super agente che va tosto per la sua strada, naturalmente
infallibile ed indipendente, ma al tempo stesso anche profondamente
umano, giocando la risibile carta del pare affettuoso e simpatico
che ci sa fare con i bambini, anche quelli arabi.
Queste impostazioni le abbiamo trovate abbastanza risibili
e strumentali, sospettando che siano state inserite ad arte
per rendere facilmente odiosi gli arabi, la cui popolazione
è descritta come una moltitudine di vigliacchi, sanguinari,
pigri e regressisti, senza un’ombra di introspezione.
Magari sarà anche così, ma che ce lo faccia
vedere proprio un film americano in un periodo di grandi tensioni
tra America ed Oriente (invasione dell’Iraq, tensioni
in Afghanistan, guerra del petrolio...) alimenta facilmente
il nostro sospetto di propaganda cinematografica.
A
queste ambiguità si aggiungono anche diverse lacune
narrative: “The Kingdom” si presenta come film
impegnato e di denuncia stile “Syriana”, con un
inizio fulminante rappresentato da un documentario che, durante
i titoli di coda, ci riassume in flashback le tappe dell’escalation
di violenza, ricchezza e petrolio in Arabia Saudita; ma poi
getta la maschera e si rivela per quello che è, ovvero
una modesta pellicola reazionaria la cui trama è impostata
in maniera lineare, raccontando un’indagine che -seppur
osteggiata- progredisce in maniera abbastanza facile (con
un paio di scoperte e relativi collegamenti semplicissimi)
e che ha l’unica funzione narrativa di portare alla
lunghissima scena d’azione (stile film di Rambo)
che risolve praticamente la storia: mezz’ora di inseguimenti
e sparatorie dove gli agenti americani, senza subire la benché
minima perdita, massacrano da soli un plotone di terroristi
naturalmente imbecilli (che sparano senza preoccuparsi
di trovare un riparo e cadono come mosche falcidiati dalla
mira infallibile dei nostri eroi).
A posteriori, fa ridere lo sviluppo narrativo conclusivo secondo
il quale, se i terroristi non avessero attaccato e poi rapito
un loro compagno, gli americani inseguendoli non avrebbero
mai scoperto il loro covo né distrutto la cellula terroristica
gloriandosi in un finale dal sapore malinconico-vittorioso
abbastanza ipocrita. La conclusione si salva lievemente in
corner con un parallelismo pessimista tra il protagonista
ed un bambino saudita, che illustra come l’escalation
di violenza si autoalimenta ed è destinata a non spegnersi
facilmente.
E’
da dire che il film è tecnicamente impeccabile, diretto
in maniera eccellente da Peter Berg ("Cose molto cattive")
con stile ipercinetico e mano sicura per raccontare i vari
passaggi in maniera agile e chiara. Il film ha anche una bella
fotografia, molto nitida, ed un cast rilevante composto dal
premio Oscar Jamie Foxx (“Ray”, “Collateral”),
che ha la presenza e carisma adatti al suo ruolo; poi ci sono
un’inquieta Jennifer Garner (“Daredevil”,
“Elektra”, la serie TV “Alias”), un
granitico Chris Cooper (“American Beauty”, “The
Bourne Identity”) e le macchiette ciarliere e spiritose
Jason Bateman (il serial “Arrest Development”)
e Jeremy Piven (”Cose molto cattive”, “The
Family Man”). Va da sé che in un film come questo
c’è poco spazio per caratterizzare in maniera
concreta ed introspettiva il proprio personaggio, ma il cast
recita in maniera ferma e convincente quanto basta per una
pellicola del genere.
A parte questo e la regia, non rimane nient’altro di
convincente in questo film.
Paolo
Pugliese