THE KINGDOM

Titolo Originale: Id.
Genere: Azione/Drammatico
Regia: Peter Berg
Sceneggiatura: Matthew Michael Carnahan
Cast: Jamie Foxx, Jennifer Garner, Chris Cooper, Jason Bateman, Jeremy Piven, Danny Huston
Colonna Sonora: Danny Elfman
Produzione: Michael Mann, Scott Stuber, Forward Pass, Film 44, Thinkfilm, Universal Pictures
Paese d’origine: USA - 2007
Durata: 110 minuti

 

In una corsa contro il tempo, l’agente speciale dell’FBI Ronald Fleury (Jamie Foxx) supera le reticenze delle alte sfere politiche e porta la sua squadra di agenti d’elite in Arabia Saudita; la missione è catturare il capo di un gruppo terrorista responsabile di un sanguinario attentato in un centro residenziale americano. Il team guidato da Fleury ha appena una settimana di tempo per indagare sulla cellula terroristica, scontrandosi con la diffidenza e l’ostilità delle autorità saudite, oltre alle difficoltà di trovarsi ad agire in una terra straniera con costumi e cultura diversi dove, per le strade, chiunque è un potenziale nemico pronto a colpire o farsi saltare in aria.
Prodotto congiuntamente dal regista Michael Mann (“Miami Vice”, “Collateral”, “Manhunter”) e dal produttore Scott Stuber (“Io, tu e Dupree”, “Ti odio, ti lascio, ti...”), “The Kingdom” si presenta come un thriller poliziesco ad alta tensione, con una storia inerente la guerra al terrorismo e lo scontro tra il mondo occidentale e quello orientale.

Le basi narrative di un confronto ideologico tra due tipi di civiltà è però, a nostro modesto parere, un pretesto per imbastire un facile film d’azione dal sapore propagandistico. La sceneggiatura è grossolana e -come al solito per gli americani- presenta un ritratto riduttivo e distorto degli orientali; assistiamo quindi al confronto impari tra gli agenti dell’FBI e quelli della polizia saudita: i primi sono bravi, professionali ed umani, mentre i secondi sono invece ottusi, dilettanti ed inutilmente violenti. Tanto per non apparire eccessivamente anti-arabi, il film ci concede i personaggi positivi dei due bravi ed onesti poliziotti sauditi (con tanto di breve scena introspettiva con loro in famiglia) che aiuteranno i protagonisti e dei quali, immancabilmente, uno sarà immolato nello scontro finale. Poi c’è l’eroico protagonista Ronald Fleury/Jamie Foxx che ci viene descritto come un super agente che va tosto per la sua strada, naturalmente infallibile ed indipendente, ma al tempo stesso anche profondamente umano, giocando la risibile carta del pare affettuoso e simpatico che ci sa fare con i bambini, anche quelli arabi.
Queste impostazioni le abbiamo trovate abbastanza risibili e strumentali, sospettando che siano state inserite ad arte per rendere facilmente odiosi gli arabi, la cui popolazione è descritta come una moltitudine di vigliacchi, sanguinari, pigri e regressisti, senza un’ombra di introspezione. Magari sarà anche così, ma che ce lo faccia vedere proprio un film americano in un periodo di grandi tensioni tra America ed Oriente (invasione dell’Iraq, tensioni in Afghanistan, guerra del petrolio...) alimenta facilmente il nostro sospetto di propaganda cinematografica.

A queste ambiguità si aggiungono anche diverse lacune narrative: “The Kingdom” si presenta come film impegnato e di denuncia stile “Syriana”, con un inizio fulminante rappresentato da un documentario che, durante i titoli di coda, ci riassume in flashback le tappe dell’escalation di violenza, ricchezza e petrolio in Arabia Saudita; ma poi getta la maschera e si rivela per quello che è, ovvero una modesta pellicola reazionaria la cui trama è impostata in maniera lineare, raccontando un’indagine che -seppur osteggiata- progredisce in maniera abbastanza facile (con un paio di scoperte e relativi collegamenti semplicissimi) e che ha l’unica funzione narrativa di portare alla lunghissima scena d’azione (stile film di Rambo) che risolve praticamente la storia: mezz’ora di inseguimenti e sparatorie dove gli agenti americani, senza subire la benché minima perdita, massacrano da soli un plotone di terroristi naturalmente imbecilli (che sparano senza preoccuparsi di trovare un riparo e cadono come mosche falcidiati dalla mira infallibile dei nostri eroi).
A posteriori, fa ridere lo sviluppo narrativo conclusivo secondo il quale, se i terroristi non avessero attaccato e poi rapito un loro compagno, gli americani inseguendoli non avrebbero mai scoperto il loro covo né distrutto la cellula terroristica gloriandosi in un finale dal sapore malinconico-vittorioso abbastanza ipocrita. La conclusione si salva lievemente in corner con un parallelismo pessimista tra il protagonista ed un bambino saudita, che illustra come l’escalation di violenza si autoalimenta ed è destinata a non spegnersi facilmente.

E’ da dire che il film è tecnicamente impeccabile, diretto in maniera eccellente da Peter Berg ("Cose molto cattive") con stile ipercinetico e mano sicura per raccontare i vari passaggi in maniera agile e chiara. Il film ha anche una bella fotografia, molto nitida, ed un cast rilevante composto dal premio Oscar Jamie Foxx (“Ray”, “Collateral”), che ha la presenza e carisma adatti al suo ruolo; poi ci sono un’inquieta Jennifer Garner (“Daredevil”, “Elektra”, la serie TV “Alias”), un granitico Chris Cooper (“American Beauty”, “The Bourne Identity”) e le macchiette ciarliere e spiritose Jason Bateman (il serial “Arrest Development”) e Jeremy Piven (”Cose molto cattive”, “The Family Man”). Va da sé che in un film come questo c’è poco spazio per caratterizzare in maniera concreta ed introspettiva il proprio personaggio, ma il cast recita in maniera ferma e convincente quanto basta per una pellicola del genere.
A parte questo e la regia, non rimane nient’altro di convincente in questo film.

Paolo Pugliese