David
Rice (Hayden Christensen) è un giovane che, a causa
di un’anomalia genetica, possiede un incredibile potere:
la capacità di piegare il tessuto dello spazio-tempo,
teletrasportandosi ovunque egli voglia annullando qualsiasi
distanza o barriera. Nei fumetti, una persona con il suo “dono”
lo impiegherebbe in due maniere: o proteggere l’umanità
o diventare un supercriminale; questo film invece sceglie
una terza opzione, sforzandosi di rappresentare la dimensione
egoistico-consumistica della nostra società attuale,
con David che usa il suo potere esclusivamente per il proprio
benessere e divertimento, rubando soldi dai caveau delle banche,
vivendo in un esclusivo appartamento in affitto e “saltando”
in ogni angolo del globo che abbia voglia di vedere, da New
York a Tokio, dall’Egitto a Roma...
Oltre all’incontro con la bella Mary Rice (Rachel Bilson),
la classica brava ragazza da salvare e da avere come fidanzata,
a dare uno scossone alla vita ricca di agi (ma piatta e solitaria)
del protagonista ci sarà l’incontro con Griffin
(Jamie Bell), giovane anarchico con i suoi stessi poteri,
tramite il quale scoprirà di non essere “unico”
e che la gente come lui viene chiamata Jumper ed è
impegnata in una lunga guerra segreta per la sopravvivenza
della propria razza contro chi vorrebbe ucciderne i membri
o controllarne le capacità.
Con
“Jumper” arriva il concetto del viaggiatore estremo
(massima libertà, zero bagagli e tecnologia), titolare
dell’ultima frontiera del movimento: il teletrasporto
organico; idea non proprio originale presa in prestito dal
film “X-Men 2” dove uno dei suoi protagonisti,
il mutante Nightcrawler, riusciva a “saltare”
in più posti scomparendo in una nuvola di zolfo. Qui,
invece, lo spostamento è evidenziato da un flash di
dissolvenza abbastanza piatto dal punto di vista visivo, anche
se nel corso del film gli effetti speciali si rivelano simpatici
nel proporre una vasta gamma di usi applicati al salto iper-spaziale.
A parte questo e la connotazione abbastanza realista e cinica
dei Jumpers intesi come super-viaggiatori-edonistici-landruncoli&fancazzisti,
il film ha poco altro di interessante, inanellando una serie
di scene ad effetto (vedi il protagonista che prende il sole
sulla testa della Sfinge o si gode il panorama dall’orologio
della Torre di Londra), con poi il solito campionario di sequenze
d’azione e combattimento quando la trama, dopo una prima
parte introduttiva, finisce per sciorinare elementi narrativi
triti & ritriti come la congiura segreta (la Setta dei
“Paladini”) e misteri vari provenienti dal passato
i cui nodi logici non vengono neanche risolti.
Tutto
alla fine sa di già visto, mixato in una trama banale
e caratterizzata da uno sviluppo fiacco, con dinamiche scontate
e dialoghi stereotipati e puerili, ad opera di due sceneggiatori
mediocri e sopravvalutati (visto anche l’alto numero
di film che scrivono) come David S. Goyer e Simon Kinberg,
i quali firmano un action di fantascienza dal sapore fumettistico
superficiale, con approfondimento psicologico azzerato e classico
finale aperto in attesa di un secondo episodio.
Neanche il cast riesce a fare la differenza e bilanciare le
pecche di storia e dialoghi: l’interpretazione di Hayden
Christensen è incolore e leggera come l’aria;
il giovane attore emergente ci mette giusto il fisico ed il
bel faccino e nulla di più, mentre Jamie Bell (che
avevamo pur apprezzato in “Billie Elliot”) fa
addirittura peggio, risultando insopportabile nella caratterizzazione
da ribelle scafato e giuggiolone del suo personaggio; ma se
i due protagonisti sono giovani e, quindi, suscettibili anche
di migliorare in futuro, è imperdonabile la performance
monocorde e stereotipata del ben più esperto e maturo
Samuel L. Jackson, il quale ormai i film li sceglie ad occhi
chiusi (vedi “Snakes on a Plane”), interpretandoli
poi tutti alla stessa maniera.
Paolo
Pugliese