Joshua
Cairn ha nove anni, ed abita con i genitori in una grande
appartamento a Manhattan, con vista su Central Park. E’
un bambino insolitamente freddo e compassato, molto intelligente
per la sua età, ma che nutre interessi quanto meno
insoliti, che inquietano la sua nonna materna. Quando sua
madre, Abby, darà alla luce una sorellina, inizieranno
ad accadere strani eventi, che porteranno la donna alla depressione
e che si rifletteranno sull’armonia coniugale, conducendo
la coppia alla dissoluzione. Ma l’enigmatico Joshua
è una vittima della situazione o è l’artefice
di un piano diabolico?
Se siete dei nostalgici di quella che Pier Maria Bocchi e
Andrea Bruni definivano, in un libro molto esaustivo sull’argomento,
la “Covata Malefica”, allora Joshua è il
film che fa per voi. La figura del bambino “demoniaco”,
legata ad inquietudini sociali e a paure ben più evidenti
qualche decennio fa, sembrava effettivamente sorpassata dai
tempi o, piuttosto, incapace di costituirsi ancora come segno
in grado di veicolare un significato. E’ per questo
che “Joshua”, che pure ha raccolto qualche riconoscimento
a Sitges e al Sundance, appare risolutamente “vintage”,
come quei vecchi vestiti infestati dalle tarme, orgogliosamente
passati di moda.
Fortunatamente la sceneggiatura, ben strutturata anche se
fallace nelle premesse, ci evita sterzate sovrannaturali,
e l’ambiguo pargoletto, più che al satanico Damien
de “Il Presagio”, sembra parente stretto del Macaulay
Culkin de “L’innocenza del diavolo”, film
di Joseph Ruben, sceneggiato nel lontano 1993 niente di meno
che da Ian McEwan. Punto di forza del film, oltre all’ottima
interpretazione del giovanissimo Jacob Kogan, di compassata
sgradevolezza, è infatti l’atmosfera di ambiguità
che George Ratliff, regista alla sua seconda opera di fiction,
riesce a costruire, lasciando lo spettatore in uno stato di
costante incertezza su quanto stia realmente accadendo. Alcune
felpate soluzioni di regia, nella grande casa suggestivamente
illuminata dall’abilissimo Benoit Debie (“Calvaire”,
“Irreversibile”), sono indubbiamente degne di
nota, così come la volontà di costringere quasi
tutta l’azione in interni. Inoltre certe situazioni
sono ben sottolineate, come le sarcastiche critiche al fondamentalismo
religioso americano, tanto più comprensibili se si
pensa che un precedente documentario di Ratliff sull’argomento
portava il significativo titolo di “Hell House”.
I
punti deboli di “Joshua” sono altri, e cioè
un’intollerabile interpretazione di Sam Rockwell, costantemente
sopra le righe, e l’assoluta stupidità dei presupposti.
E’ almeno dai tempi di Freud che nessuno si sognerebbe
di attribuire ai bambini un’innocenza “a priori”,
che essi assolutamente non posseggono, e l’ottusa inanità
della coppia genitoriale compromette la ben nota sospensione
dell’incredulità, lasciando scivolare nel ridicolo
un lavoro che inizialmente sembrava una ben costruita variazione
sul tema, sebbene priva della minima originalità. A
peggiorare il tutto si aggiunga l’inevitabile e ovvio
scioglimento finale, a conferma del fatto che non basta rivedersi
una decina di volte “Rosemary’s Baby” per
essere Roman Polanski.
Nicola
Picchi